Mio fratello è frocio

-Sto con uno.

-Che fa? – chiedo mentre rovisto nella tasca in cerca delle sigarette.

-Il fonico.

Continuando a cercare pure l’accendino dico:

-Avevo capito uno.

-Infatti è uno. Maschile, singolare.

Lo guardo sorridendo e aspettando che mi sorrida pure lui. Ma non mi sorride affatto. Allora gli  tiro uno schiaffetto su quella zucca pelata che si porta dietro da quando era piccolo.

Continua a restare impassibile.

Prima di farmi prendere dal panico arresto tutti i miei processi mentali. Tiro il fiato. Aspetta, aspetta! Tre, due, uno… ricomincio daccapo che mi si stanno aggrovigliando i neuroni.

-Sei dimagrito, vedo – divago accendendomi la sigaretta con la testa storta per non fissarlo negli occhi che invece lui tiene puntati addosso a me.

-No, anzi. Adesso sono in forma. Ho pure smesso di fumare e di bere birra. Sai, dopo quel periodo di cacca di due anni fa ho deciso di regolare la mia vita. Più sana, equilibrata. Vado anche in palestra due volte a settimana.

-Con quel fisico di merda? –  scherzo tirandogli un altro schiaffetto sempre su quella zucca pelata.

-Intanto questo fisico piace. Eccome!

-Le vorrei proprio conoscere queste buongustaie. Hai sempre avuto dei cessi di donne.

Piero mi  immobilizza con la sua postura scaraventandomi addosso a un muro che in verità non è alle mie spalle, ma che io  sento ugualmente a ridosso delle mie scapole.

-E insisti? Ancora a parlare di donne? Io ti sto parlando di uomini. Maschi. Peli. Barba. Cazzi. Cazzi, cazzi, e cazzi! Hai capito?

Con l’ultima parola è salito di un tono con la voce, costringendomi a capire. Anzi, a smettere di prendermi per il culo.

-Che cazzo dici? – gli chiedo senza forzare il modo, tanto, penso, adesso mi da uno strattone ridendo e la finiamo qui.

-Ti ostini a dire puttanate! E dai! Smettila di fare il coglione.

Conto fino a settecentoventitremilaseicentododici prima di fiatare. E poi mi arrendo.

-Ma dici veramente?

-Certo. E non far finta di non saperne niente. L’avete sempre saputo tutti quanti. Adesso lo so pure io.

Piero. Cazzo, Piero. Mio fratello.

Non è mio fratello, ma me lo sento davvero nella carne, questo scemo disadattato, sensibile, curioso, simpatico, colto fino all’inverosimile, e disponibile a qualunque ora di qualunque giorno per stare a sentire ogni mia scemenza.

Avevamo sei anni tutti e due, quando ci siamo conosciuti. Era il bambino con la bicicletta più bella della nazione: un ciclocross con le marce e le sospensioni alla ruota anteriore. Non potevo non farmelo amico pur di carpirgli un giretto di tanto in tanto su quel bolide. Aveva i capelli lisci a caschetto e gli occhi blu. Ma l’anno dopo non aveva più  un pelo nemmeno sulle sopracciglia.

-Alopecia – mi disse. E io nel timore che venisse pure a me quella malattia che mi faceva più paura di un cancro, stavo attento nel maneggiare il cappellino che talvolta dimenticava poggiato su qualche muretto. Visto mai che la zucca pelata fosse infettiva e la beccavo pure io…

-Tu non puoi stare in un letto con un altro uomo, Perdio! Guarda che ti spacco la faccia.

-Esagerato – fa lui.

-Io, all’idea che uno te lo mette nel culo e ti da pure un bacetto mi sento impazzire.

Piero ha un sussulto di amore fraterno, che anche per lui io sono un fratello, e prova a mitigare la notiziona:

-Tranquillo, non sono io a stare sotto quando facciamo l’amore.

L’amore? Ma che cazzo di amore dici, mi urlo sotto i capelli che intanto stanno cadendo pure a me.

Però è riuscito a normalizzare in un certo senso l’effetto rivelazione.

Intanto mi illudo, cioè, mi illude che non ci sia nessun tizio pelato, grasso, peloso e con la barba come immagino io uno di quelli che fanno quelle cose a posizionarsi dietro di lui e abusare del mio amico del cuore. L’idea che sia lui a mettersi dietro a quell’altro pervertito mi rincuora. Glielo dico.

-Ti giuro che se so di uno solo che ti vuole fare il servizio, vengo e lo squarto con le mani – mi altero mostrando il palmo delle mie mani, e così mi faccio scivolare la sigaretta che tanto non sto fumando per niente. Non ci capisco più un cazzo, detto tra noi.

-Te lo giuro – mente.

Non so più che domandare, e allora vado sul tradizionale.

-E quella ragazza con cui convivevi? Quella era discreta, mi sembra. È stata colpa sua, eh, dillo.

-La preistoria, quella lì. Sono già otto mesi che sto con lui. Non mi ricordo niente altro delle cose alle quali ti riferisci tu.

Otto mesi. Otto mesi? Porca puttana! E io dove sono stato in questi otto mesi? Mannaggia a me e a quando non mi sono accorto di niente. Penso che avrei potuto evitare il danno se solo me ne fossi accorto. Incomincio a pensare che sia un po’ colpa mia se Piero è diventato così. Diventato così? Forse l’ho pensata, questa cosa. O forse mi è caduta dalle labbra. Lui mi tranquillizza:

-E dai. L’hai sempre saputo.

-Mi possano cadere le orecchie se ho mai pensato a una cosa del genere – gli dico guardandolo fisso in faccia, stavolta.

Lo ammetto. Qualcuno la battutina sul mio amico del cuore l’ha fatta. Anzi, più d’uno mi ha chiesto se Piero avesse tendenze strane. Io ho sempre negato. È amico mio, dicevo. Però lui era, anzi è: aggraziato, fine, generoso, esuberante, cammina a testa dritta volgendo la testa insieme al tronco per guardare indietro. Un po’ effeminato forse lo era. Lo è. Sì, è vero, un po’ effeminato lo è. Ma eccheccazzo! Basta così poco?

-Com’è, questo qui? – mi mostro interessato e comprensivo.

-È gentile – dice. Proprio così: gentile. Uno che ti vuole fare il culo lo trovi gentile? Muovo la testa per fargli capire che sto ascoltando attentamente.

-E mi vuole un bene della Madonna – aggiunge.

Mi viene da abbracciarlo. Lo abbraccio. Lo faccio e mentre si lascia catturare penso che forse dovrei tenermi un po’ più a distanza, mostrarmi più virile e meno espansivo con lui, sai com’è…Ma lo stringo forte a me mentre lo sento che respira velocemente.

Mi stacco da lui, lo guardo di nuovo e gli tiro ancora uno schiaffetto sulla testa liscia e lucente.

-Vado via. Ti chiamo domani. Fa il bravo.

Sorride e annuisce.

Cammino senza guardare la direzione. Ho troppi pensieri da riordinare.

Mi rivedo insieme a lui sdraiati sul sedile posteriore dell’auto di suo nonno. Siamo due ragazzini all’interno della macchina più vecchia d’Italia guidata dal nonno di Piero ottantenne. Ci sta portando a prendere il gelato nella migliore gelateria della zona. La macchina è vecchia ma pulitissima. Stravede per questo nipote che ha meno capelli di lui, che pure è quasi calvo. Ha un po’ di gobba e passeggia col bastone di legno smaltato. Ma alla guida è scattante e giovanile. Mi fa una simpatia incredibile. Tutti e tre ci divertiamo un casino in quell’auto. Salutiamo dai finestrini alla gente di fuori mentre lui pigia il clacson per non investire qualcuno: è scrupolosissimo.

Poi mi ricordo certi pomeriggi sulla spiaggia. Distesi a colorare la pelle. Piero qualche volta mi accarezza la schiena e mi spreme pure i brufoli. Le seghe me ne fanno nascere tanti, gli dico, pensando che anche lui se le faccia come tutti noi, vagheggiando una ballerina della televisione o quelle luride, così sembrano, modelle del Postal Market: sono quelle con le mutande e i reggiseni trasparenti. Mi porto quel catalogo tutti i giorni in bagno, per evitare di stimolare la fantasia e invece trovarmi il materiale bello e pronto per lo scopo.

Arrivo a casa e ne parlo con la mia fidanzata. Scrolla le spalle senza usare nessun aggettivo.

La notte non riesco a prendere sonno. Né quella né le tre notti successive. Le sequenze di quegli uomini che si vogliono approfittare di mio fratello non mi fanno abbassare le palpebre.

Intorno alle tre del mattino la mia ragazza mi poggia una mano sulla spalla mentre sto seduto in cucina a pensare.

-Di che ti meravigli? L’hai sempre saputo.

-Cosa avrei saputo? – dico strabuzzando gli occhi.

-Sì che lo sapevi. Lo dicevi che Piero era particolare, fuori dal comune. Che aveva grazia ed era molto sensibile e intelligente.

-Già – le dico. L’ho sempre saputo, ammetto a me stesso.

Mi metto a letto e riesco a dormire. Però il giorno dopo gli faccio una telefonata.

Mi è venuto un dubbio. E una speranza. Magari la reazione dei genitori può farlo recedere dai suoi propositi e dalle sue inclinazioni.

-E tua madre? Lo sa?

-Mi ha pisciato fuori lei, in questo mondo. Vuoi che non mi conosca? Lo sa, lo sa. Non c’è bisogno di dirglielo.

La sera ci rivediamo. Io, Piero e una sua amica. Sembra strano che non porti qualche uomo da farmi conoscere, anzi lui parla chiaro, finalmente.

-Lui si stupisce che io sia gay. Diglielo tu.

-Gay, adesso. Magari è una condizione transitoria. Un momento. Che ne sai che non passi?

Lei mi guarda divertita e mi prende in giro.

-Veramente non sapevi che lo fosse? Ma dai, non ci posso credere. Io l’ho sempre conosciuto così. Mi presenta tutti i suoi partner. Mi chiede consigli.

Ha detto partner, come per dire collega, impiegato, funzionario, vetrinista. Un modo asettico per descrivere una situazione e levarle la morbosità e l’alone di indecenza che potrebbe nascondere.

Mi sento turlupinato. Lo sanno tutti tranne me. Perché?

-Perché io alla fine di tutti? – gli chiedo.

-Perché mi sono accorto che avresti reagito male.

-Io? Ma quando mai. Ti sembro il tipo? Retrogrado, maschilista, sessista e razzista?

-Veramente un po’ sì – confessa.

Veramente sì, confesso a me stesso. Forse dovrei farmi schifo, mangiarmi le mani per aver lasciato Piero tutti questi anni nel dubbio, nel disagio, nella sofferenza. Gli ho impedito di sfogarsi con me, il suo migliore amico. Chissà quante ne avrà pensate, quante notti è rimasto sveglio a interrogarsi cercando di capire che cazzo pretendeva da lui il suo corpo, cosa erano quei pensieri così diversi dai miei.

E io non c’ero. Non mi ha mai trovato a portata di mano quando avrebbe voluto parlarne con qualcuno. Cioè, io c’ero, ma nella posizione sbagliata: io che negavo che il mio amico fosse frocio con chiunque alludesse alle movenze, la grazia, i gusti raffinati di Piero. Io che gli parlavo di scopate con le donne anche quando non lo vedevo particolarmente recettivo su quell’argomento.

Sento di averlo lasciato da solo, piuttosto che difenderlo da energumeni nerboruti che lo inseguono col cazzo spianato per fargli la festa. Il vero nemico sono stato io. Io, quello che gli ha fatto la festa per tutti questi anni. Una festa di menzogne, di non detto, e cazzate a go gò.

Do  una spinta a questa sua amica per riconsegnarmi il posto che mi spetta, accanto a Piero. Gli metto una mano sulla spalla  continuando a camminare sul marciapiede senza spostarci per cedere il passo alla gente in direzione contraria.

-Ti voglio bene – gli dico.

-Lo so.

di Sandro Salerno