Nascita di un capolavoro del cinema di Tom Hanks

Nascita di un capolavoro del cinema
Racconto di un film tratto da un fumetto, da Lone Butte a Hollywood. La storia intreccia cambiamenti culturali dagli anni '40 a oggi, celebrando il cinema e la creatività.

Nascita di un capolavoro del cinema di Tom Hanks, Bompiani

La storia di un film d’azione da milioni di dollari e del fumetto che l’ha ispirato. Una vicenda divertente e commovente che racconta anche i cambiamenti della cultura americana dalla Seconda guerra mondiale a oggi.

«È un universo a sé stante, completo di sole, pianeti, stelle infinite. La sua forza di gravità ti attira e la sua esuberanza ricca, stratificata e scoppiettante ti tiene avvinto. Avrei voluto poterlo abitare per sempre.» – Ann Patchett

Lone Butte, 1947. Robby, cinque anni e una spiccata propensione per il disegno, incontra per la prima volta il leggendario zio Bob, appena tornato dalla guerra. Bob arriva in moto, ha l’aria sciupata ma affascinante e per Robby diventa subito un eroe: e lo resta anche quando sparisce, o forse proprio per quello. Oakland, 1971. Robby, diventato un autore di fumetti underground, riceve una lettera dallo zio Bob. Rievocando quello straordinario incontro, ricordando i giornalini che lo zio gli aveva regalato, crea un personaggio plasmato sul giovane veterano. È così che nasce La leggenda dell’Incendiario. New Mexico, 2020. Bill Johnson, regista affermato, una passione per il golf e le macchine da scrivere, riscopre per caso il fumetto del 1971 e decide di farne un film di supereroi: Guerriera insonne. Da qui in poi il romanzo si sposta a Lone Butte, il paesino di Robby e zio Bob che si rivela un set naturale perfetto, e si accendono tutte le dinamiche che possono fare di un film un trionfo o un disastro, a partire dal materiale umano: entrano in scena OKB, l’attore capriccioso e narciso che deve interpretare l’Incendiario; Wren, antidiva intelligente e sensibile, ovvero Eve la Guerriera, l’eroina che non dorme mai; e una folla di tecnici, attrezzisti, vecchi attori di talento, più due donne eccezionali a cui spetta di far funzionare la macchina, dall’alto e dal basso: Al, la produttrice che per rilassarsi lavora a maglia, e Ynez, promossa sul campo da tassista a prodigiosa factotum. Dopo i racconti di Tipi non comuni Tom Hanks torna alla scrittura con una storia che celebra il grande cinema di oggi e di sempre, tra assilli di tempo e denaro e grandiose aspirazioni, raccontando come si fa, come si dovrebbe fare un film. Si ride, si piange, si rievoca la Hollywood di una volta, si leggono i fumetti che sono al cuore della storia (scritti da Hanks e illustrati da R. Sikoryak) e si scivola fuori dalle pagine di questo romanzo con quel misto di gioia indefinita e istantanea nostalgia che ancora ci prende quando usciamo da un cinema e per un istante non sappiamo dove siamo.

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Come nascono i fumetti che segnano il nostro immaginario? Come si trasformano in una storia per tutte le età? E se la vita di chiunque, o un suo frammento, può diventare un film, c’è una scena madre? Il romanzo di Tom Hanks Nascita di un capolavoro del cinema (Bompiani, trad. Alessandro Mari) è un viaggio nel mondo del cinema, nella vita di Tom Hanks e di chiunque vive tra i fantasmi del passato e un presente in cui l’intrattenimento non è solo un diversivo. Il libro viaggia nel tempo, ruotando attorno a una cittadina americana: nel 1947, il piccolo Robby scopre la passione per il fumetto grazie a zio Bob, veterano di guerra e motociclista; nel 1971, Robby trasforma lo zio nel protagonista de La leggenda dell’Incendiario , misterioso marine che salva i suoi con il lanciafiamme; nel 2020, è il set di un film che (in stile Marvel) mette assieme l’Incendiario e una supereroina, la Guerriera Insonne. Andranno a letto? Lui smetterà di fare l’angelo sterminatore? Lei riuscirà a dormire? Domande che fanno da McGuffin: eventi e/o oggetti di cui non scopriremo il vero senso e/o il contenuto, e che nel film creano tensione narrativa.

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Da dove nasce l’idea di questo romanzo?
«Ci sono film che raccontano da dentro il processo creativo, penso a Truffaut, Fellini, ma non ho mai letto un romanzo che lo racconti, dall’idea al film in sala».

Qual è segreto di questo processo?
«Il fatto che nessuno deve diventare un problema, perché bisogna risolvere problemi di ogni tipo durante la lavorazione di un film».

Le grandi storie, che sia Quarto potere di Welles o Batman , hanno sempre radici nell’infanzia?
«Tutti i grandi scrittori e i grandi registi che conosco hanno un evento, un incontro o un’immagine misteriosa che impiegano anni per far germogliare».

Lei ne ha una? Un incontro? Una folgorazione?
«Parlerei di certi viaggi. Avevo 7 anni. Mia mamma e mio papà erano separati, con lei viveva mio fratello, in una cittadina come quella del romanzo, io ero con papà in un’altra città e a volte, e per andare da una casa all’altra, venivo messo su un autobus con mio fratello, a volte da solo. Viaggi di 4 o 5 ore in cui leggevo i fumetti presi alla stazione con il dollaro che mi mettevano in tasca. I Fantastici Quattro , Spider-Man , tutta la Justice League of America , Batman , L’incredibile Hulk , Thor , Capitan America … non li ho solo letti, li ho studiati come libri di testo. Sa perché?».

Non le piaceva studiare i libri di scuola?
«A leggere un fumetto ti bastano 20 minuti, io avevo a disposizione ore e ore, quindi li studiavo. Sono fatti a blocchi, hanno ritmo narrativo, sono come sceneggiature: molto visivi, tante azioni, dialoghi rapidi e le nuvolette che mostrano i pensieri. E poi erano letture in movimento. Sull’autobus la mia mente vagava fuori dal finestrino, il mondo sfrecciava negli scenari di persone in auto, camion, case all’orizzonte, aeroplani nel cielo, montagne in lontananza e la mia mente inventava sempre storie su ciò che vedevo. E quello che vedevo, così come quello che immaginavo, essenzialmente passava attraverso o si rifletteva in un rettangolo di vetro, il finestrino».

Come uno schermo?
«Esatto. I fumetti nell’autobus sono stati la mia prima scuola di cinema. I paesaggi lontani erano un campo lunghissimo, poi poteva spuntarti da vicino l’autista di un camion che sorpassi, lentamente, lo vedi bene perché stai in alto come lui, da vicino, un primo piano, vedi se canta, fuma, beve caffè, da come è vestito, dall’età immagini che vita fa, ti ricorda un insegnante, il tuo patrigno… finivo per chiedermi da dove viene? A cosa sta pensando? Dove sta andando? Com’è la sua vita? Idem da grande, andando da mia madre, se al semaforo si affiancava un motociclista mi chiedevo: da dove viene? Da cosa scappa?».

Uno dei motori del romanzo sono le lettere che zio Bob, che ha combattuto i giapponesi nel Pacifico, scrive a casa. Lei in famiglia ha lettere simili?
«Quando è morto mio padre, a mio fratello maggiore è arrivata una scatola con effetti personali, lui e mio padre erano molto vicini; e c’era anche la posta che mio padre mandava a sua madre quando lui era in guerra, in Marina, da qualche parte nel Pacifico meridionale. Ricordo una vmail, dove V stava per vittoria, una lettera che veniva microfilmata e poi stampata. La calligrafia era di mio padre, brutta quanto la mia. In quella lettera non ha detto assolutamente nulla. Ma ha anche detto assolutamente tutto della sua esperienza, a parte dove si trovava, che non era permesso dire. Lo spazio nella lettera era poco. Diceva: “Sono in un posto affollato e un gruppo di ragazzi sta parlando di razzi, astronavi e di andare su Marte”. Per i nemici ha usato la parola “Jap” (dispregiativa, ndr ). E poi: ”Non credo che farò nessuna di queste cose per un bel po’ di tempo”. Nella lettera c’era il rapporto di mio padre con sua madre, problematico, il rapporto di mio padre con la Marina, il periodo più infelice della sua vita, e la descrizione di quella che chiamiamo stasi: aveva 19 anni, tutta la vita davanti, ma non sapeva per quanto tempo sarebbe dovuto restare lì. Beh, quella lettera è incorniciata nel mio ufficio, la conservo per i miei nipoti e mi ricorda due cose: quanto poco di tutta la tua vita potevi comunicare in uno spazio ristretto, e il potere con cui poche parole possono esprimere il tono e il carattere di una relazione. Un documento straordinario, non meno di un libro di 400 pagine».

Il libro è anche una risposta a quella lettera?
«In un certo senso sì».

Lo zio di Robby, Bob, come il personaggio del fumetto, usava il lanciafiamme. Un’arma terribile.
«Un lancio di fiamma brucia edifici e incenerisce gli esseri umani. Un’arma incontrollabile, alimentata da gelatina infiammabile pressurizzata. Napalm. Portato nel serbatoio sulle spalle e sparato in raffiche di dieci secondi l’una. Niente di meno. Offre raramente una morte istantanea, più spesso lunga, persistente e dolorosa. Non ci sono guerre giuste o ingiuste per il lanciafiamme. Era una delle armi principali nel Pacifico contro i giapponesi sulle isole. Era usato da ragazzi di 19 anni che, magari, l’anno prima erano al liceo. Chi schiacciava il grilletto cosa provava dopo? Non lo so. Immagino le urla, il fumo, l’odore della carne bruciata del nemico. Non so come si possa tornare indietro da quell’orrore e conviverci per il resto della sua vita».

Prometeo rubò il fuoco agli dei e fu punito…
«Il fuoco del lanciafiamme non è il fuoco che serve per cucinare, per riscaldarci, fare luce, raccontarci storie in una caverna o al camino… Non riesco a immaginare un’arma più perversa… come i pompieri di Fahrenheit 451 , che la usano per bruciare i libri».

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Tornando al fuoco civile, penso al suo Chuck Noland in Cast Away , quando accende un fuoco. In quel film c’è un pacco che il naufrago non aprirà mai, anche se è su un’isola deserta: spera di consegnarlo, se tornerà a casa. Cosa c’era dentro?
«Al regista Zemeckis piace dire che c’era un telefono satellitare con pannelli solari… ma così lo usava e lo venivano a salvare… la storia finiva lì. Per me dentro c’è la stessa cosa che c’è nel Falcone Maltese o nel monolite in 2001, Odissea nello spazio . Il McGuffin ha la stessa stoffa dei sogni: il contenuto della scatola è più sorprendente e stimolante di qualsiasi cosa specifica. Per me, dentro c’è la vastità dell’ispirazione e della speranza. Ciò di cui abbiamo bisogno. Il cinema. E poi: il cellulare a noi ha rovinato la vita…».

In che senso?
«I telefoni hanno distrutto qualsiasi tipo di pasto che condividi con gli altri, il telefono è fatto per attirare la tua attenzione, ti distrae, distrae gli altri…».

In C’è posta per te raccontava l’amore al tempo delle email. Ricorda la prima email che ha scritto?
«A John Turteltaub, un amico regista: “Ehi, ti mando questa è la mia prima email in assoluto”. Che delusione, eh? La preferisco al telefono, è una comunicazione istantanea ma scritta, però non resta e non hai l’esperienza tattile. Azzera le distanze dello spazio, non del tempo, cosa che fanno gli oggetti fisici, i libri o le lettere. C’è un amico con cui mi scrivevo ai tempi in cui recitavo Shakespeare, ero giovane, e lui scrive: “Sai, non so perché la gente si lamenta tanto dell’ufficio postale americano. Guarda, non ci vuole tanto tempo perché una lettera arrivi da Sacramento a Cleveland, perché io sto scrivendo questa lettera proprio adesso, mentre scrivo, e tu la stai leggendo proprio adesso, mentre leggi, quindi qual è il problema?”».

Giorni fa lei ha denunciato che hanno usato la sua faccia e la sua voce, alterata dall’intelligenza artificiale, per la pubblicità di uno studio dentale…
«In realtà non c’era nessun studio dentale lì. Stavano usando una mia versione fake per provare a rubare informazioni personali a chi avesse creduto allo spot… Me lo aspettavo, sapevo che prima o poi sarebbe successo. Sono laico e storico, abbiamo già vissuto questi choc… Pensiamo all’aneddoto per cui di fronte a un treno che vedevano proiettato per la prima volta in un caffé francese alcuni spettatori sarebbero usciti dalla sala come se davvero ci fosse un treno in arrivo. O pensiamo a chi per la prima volta ha sentito delle voci uscire dalla radio… L’AI è qualcosa di simile. Internet è una grande piazza cittadina, reale, dove possono andare tutti. A manifestare, comunicare idee, a vendere la propria merce, anche notizie false e rubare. Bisogna stare attenti ai ladri».

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Prima parlava delle nuvolette nei fumetti, dove leggiamo i pensieri dei personaggi. Lei ha mai provato a indovinare davvero i pensieri degli altri?
«Sì, quando mia figlia tornava da scuola e capivo che era successo qualcosa, e non parlava, mi chiedevo cosa potesse essere. Come? Provando a ricordarmi di quando anche io mi trovavo in quella situazione. Per gli attori la curiosità ti porta a cercare le ragioni di un comportamento. Io ho scritto più per i personaggi che interpreto che per testi di narrativa. Frasi, citazioni, idee che compongono il retroscena del personaggio».

Un esempio tra i suoi personaggi?
«Tutti, tolti quelli presi dai libri, come Cloud Atlas . Direi allora Captain Phillips: ho cercato di creare una ragione per ogni fase del comportamento del personaggio, chiedendomi cosa pensasse, provasse…».

Ha detto che Philadelphia, film su un avvocato gay che muore di Aids, oggi lo dovrebbe interpretare un gay. All’epoca un attore etero serviva a non spaventare il pubblico? Lei vinse un Oscar…
«Erano gli Anni 90 c’era una volontà diffusa di far finta che l’Aids non esistesse, idee di ogni tipo sulla sua origine, le responsabilità… Il film competeva sul mercato e aveva senso che il personaggio fosse fatto da un attore non gay. Oggi è diverso, c’è un tipo di legittimità che dice: perché qualcuno dovrebbe fingere di essere qualcosa che non è per rendere una storia più appetibile? Vale a livello etnico, di genere, sessuale… Siamo tutti bambini grandi adesso, e da un lato significa, incredibilmente, accettare molto di più chi sono le persone e come affrontarle».

Lo scopo di chi recita non è mettersi e metterci nei panni degli altri? La cancel culture contro l’appropriazione culturale rischia di impedirlo.
«Proviamo con l’arte. Anni fa è stato esposto L’origine del mondo negli Usa, un dipinto così scioccante che alcuni, disgustati, chiedevano fosse rimosso. Altri ribattevano esaltandolo. Io, invece, chiedo: cosa può fare di male al mondo di qualcuno una rappresentazione bidimensionale della vagina di una donna? Certi frammenti di creatività stimolano le passioni, e le passioni non sono giuste al 100% e non sono sbagliate al 100%, ma sono individuali al 100% e animano opinioni. Ci sarà sempre chi dice: come osi raccontare questa storia? C’è dell’estremismo, sì, ma poi il pendolo andrà dall’altra parte, speriamo non troppo. Oggi noi siamo in grado di gestire il mezzo e il messaggio e dobbiamo farlo. Io punto al livello intermedio, in cui tutti si calmano e capiscono che una cosa che non piace non va presa come un’offesa. Nei dibattiti sull’appropriazione culturale invece le persone o non prestano attenzione perché stanno urlando troppo o stanno urlando perché nessuno presta attenzione».

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L’AUTORE – Tom Hanks (1956, Concord, California) è apparso per la prima volta in televisione nel 1980, in Henry e Kip della ABC, e al cinema nel 1984 con Splash – Una sirena a Manhattan. Ha vinto due Oscar, per Philadelphia (1994) e per Forrest Gump (1995). La sua raccolta di racconti, Tipi non comuni, è stata pubblicata da Bompiani nel 2017. Nascita di un capolavoro del cinema (Bompiani) è il primo romanzo, accompagnato dai fumetti scritti da Hanks e illustrati da R. Sikoryak

Propr. Thomas Jeffrey H., attore statunitense. Privo di una formazione professionale specifica, si distingue per lo stile fresco e spontaneo. Debutta come attore teatrale e televisivo e quindi s’impone al cinema prima con l’originale Splash – Una sirena a Manhattan (1984) di R. Howard, con Big (1988) di P. Marshall e poi con il sofferto ruolo di un avvocato malato di Aids in Philadelphia (1993) di J. Demme, con il quale vince l’Oscar e inaugura una parata di magistrali interpretazioni che segnano gli anni ’90: vince un secondo Oscar con il premuroso idiota di Forrest Gump (1994) di R. Zemeckis, un giovane che cresce secondo i dettami del «right citizen» vecchia maniera e che imprevedibilmente raggiunge sempre miracolosamente il successo, senza però accorgersi che gli Stati Uniti stanno cambiando pelle; è poi l’orgoglioso astronauta di Apollo 13 (1995) di R. Howard; il capitano coraggioso di Salvate il soldato Ryan (1998) di S. Spielberg e, infine, il naufrago di Cast Away (2000) di R. Zemeckis, che lotta contro gli elementi naturali, il dolore fisico, la solitudine e il pericolo dell’autodistruzione psicologica per scoprire, una volta salvato e ritornato al mondo civile, di aver perso la donna che amava e di dover ricominciare da capo. Passato alla regia, dirige l’innocuo Music Graffiti (1996). Nel 2002 offre una nuova performance di altissimo livello interpretando il gangster braccato dalla mafia nella Chicago anni ’30 in Era mio padre di S. Mendes, mentre due anni dopo, nel 2004, conferma la sua predilezione per personaggi candidi e ingenui, ma portatori di verità, interpretando l’esule dell’Est costretto a vivere recluso dentro i confini dell’aeroporto dalle autorità americane in The Terminal di S. Spielberg. Benché il suo nome figuri tra quelli dei promotori di un sodalizio per la tutela degli attori in carne e ossa contro la minaccia egli attori digitali, sempre nel 2004 si presta generosamente a un esperimento propostogli da R. Zemeckis per Polar Express, dove riesce a dar vita contemporaneamente a ben cinque personaggi diversi grazie alla nuova tecnica di ridisegno digitale del corpo dell’attore denominata performance capture. Dimostra poi doti da trasformista in Ladykillers (2004) di E. e J. Coen, dove è il colto ladro dalla dialettica forbita. Dopo il ruolo da protagonista nel controverso kolossal Il codice Da Vinci (2006) di R. Howard, recita in La guerra di Charlie Wilson (2007) di M. Nichols, nella parte del vizioso senatore del Texas che negli anni ’80 si prodiga per gli aiuti ai ribelli afghani contro l’invasione sovietica.”