Ne uccide più la gola che la sciarpa

Ne uccide più la gola che la sciarpa di Renato Pozzetto, Rizzoli 2024, disponibile dal 30 gennaio 2024

«Ero al buio. C’era umidità. Silenzio. Poi, di colpo, qualcuno ha acceso la luce. Non so se dopo mi hanno lavato. Poi ho visto la mia mamma. Bella, bellissima. Era il 14 luglio 1940. Era il giorno della mia nascita.»

Renato Pozzetto si racconta per la prima volta in un’originale autobiografia colma di ricordi, incontri decisivi, aneddoti esilaranti. A fare da sfondo, o forse sarebbe meglio dire da spalla, alle avventure rocambolesche di un ragazzo di campagna che nel dopoguerra torna in città c’è immancabilmente lei: la Milano dei locali off, del Bar Gattullo, del “Dogui” e dell’Ufficio Facce; delle osterie e dei circoli operai, dell’Oca d’Oro con gli anarchici ad affettar salame e le canzoni della mala; della galleria d’arte notturna La Muffola da cui sono passati Lucio Fontana e Piero Manzoni; del Cab 64 e del Derby dove con Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Bruno Lauzi e tanti altri ha trovato casa tutto quel fermento surreale e giocoso del teatro-canzone che avrebbe fatto scuola. La Milano in cui due amici d’infanzia cominciano a suonare la chitarra e a cantare le canzoni popolari, danno vita al duo comico “Cochi e Renato” e portano quel surrealismo e quella vitalità dai cabaret alla tv, diventando una coppia indimenticabile. Separata – mai del tutto – dal clamoroso esordio di Pozzetto in Per amare Ofelia, l’inizio di una lunga e fortunata carriera cinematografica che lo porterà negli anni Ottanta a scrivere pagine di storia della commedia all’italiana. Ne uccide più la gola che la sciarpa è tutto questo e molto altro ancora: la passione per le automobili, gli elicotteri, le corse di F1. Cibo e vino, il Po da percorrere e ripercorrere in barca, gli affetti famigliari, registi grandi e piccoli, partner memorabili dentro e fuori dal set.

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Leggi l’intervista a renato Pozzetto a questo link

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Renato Pozzetto. Ha deciso di raccontare la sua vita a 83 anni. Ci pensava da tempo o il desiderio è recente?
«Ho accolto il suggerimento di alcuni amici. Durante i nostri incontri, capita di condividere ricordi, aneddoti, storie divertenti oppure, dopo qualche bicchiere, di cantare vecchie canzoni. In molti mi hanno spinto: Renato, perché non scrivi un libro? A un bel momento, mi sono messo sotto».

Il titolo «Ne uccide più la gola che la sciarpa» sembra un manifesto surreale. È un omaggio alla comicità che ha sempre proposto?
«Sì. Sono stato attratto sin da ragazzo dall’osservazione delle persone e a commentare un gesto, un modo di essere o di dire in maniera surrealista, è qualcosa che ha sempre fatto ridere me, per primo. Qualcuno disse che i testi di Cochi e Renato erano cazzate divertenti. Invece erano espressioni di un punto di vista scelto, preciso».

Un’autobiografia è un viaggio. Che cosa ha ritrovato, ricordando?
«È stato come ascoltare qualcosa che mi raccontava un’altra persona per la prima volta. Ho sorriso, mi sono emozionato, ho riscoperto qualcosa che si era perduto nella memoria. E ho cercato di essere onesto nel descrivere le storie preziose della mia vita».

L’infanzia da sfollato a Gemonio, la Milano del Dopoguerra, chitarre e canzoni nelle osterie. Lo stile della coppia Cochi e Renato viene da lì?
«Viene da un destino che ci ha legati prima che nascessimo, visto che i nostri genitori si conoscevano da tempo. Ci capivamo, ci intendevano, ci facevano ridere le stesse cose sin da quando eravamo bambini. Ascoltavamo le canzoni popolari, le canzoni di protesta e sull’onda di quelle musiche e di quei testi sono nate le nostre prime esibizioni. Niente giradischi, radio zero o quasi. Con l’aiuto di Gino Negri, il direttore d’orchestra che assieme a Dario Fo, Giorgio Strehler e Fiorenzo Carpi creò il repertorio delle canzoni della mala».

Il libro contiene alcuni brani commoventi. Raccontano di Lino Toffolo, collega e amico veneziano e, soprattutto, di Enzo Jannacci…
«Enzo era un poeta. Ed erano poetiche e delicate le canzoni di Toffolo, talmente belle da sembrare scritte da un altro. Lo prendevamo in giro perché non sapevamo come fargli i complimenti. Jannacci fu un vero ispiratore per noi, raccontava e cantava storie struggenti anche per lui. Ed era imprevedibile. Lo stavi a sentire e potevi ridere o piangere nel giro di un minuto. Ci siamo trovati naturalmente. Noi ascoltavamo i suoi brani, lui veniva ad ascoltare noi, ci apprezzava. Ci siamo voluti bene e abbiamo condiviso una vena umoristica comune».

Lucio Fontana, Piero Manzoni, la galleria di Velia e Tinin Mantegazza: le origini del vostro cabaret sono nate nel mondo dell’arte?
«Frequentavamo un’osteria, l’Oca d’oro, battuta soprattutto da artisti. Fontana parlava di Parigi, di ciò che stava dietro e dentro i suoi lavori, Manzoni polemizzava sui significati di un’opera. E quando si trattava di spiegare un quadro l’elemento surreale emergeva inevitabilmente. La vicinanza con figure così originali, con visioni sconcertanti, era un invito a continuare con il nostro umorismo».

Un bar, il Gattullo, trasformato in un altro luogo di ispirazione. Con tanto di Ufficio Facce…
«Frequentavo il Gattullo perché era comodo raggiungerlo per me che abitavo alla periferia sud di Milano. Un posto frequentato da una quantità di personaggi simpaticissimi. L’Ufficio Facce lo inventò uno di loro: era una procedura da applicare agli avventori. Domande da rivolgere a quel pirla lì, che era appena entrato e bisognava capire chi fosse, cosa volesse. Un gran divertimento».

Il palco del Derby Club, i primi, programmi tv, un clamoroso esordio a «Canzonissima», 1974. È vero che Raffaella Carrà non era convinta del vostro coinvolgimento?
«Parecchi autori della Rai venivano al Derby, ci conoscevano e si erano accorti che i nostri testi erano nuovi, originali, funzionavano. La Carrà non conosceva e non poteva capire il nostro linguaggio. Così venne fuori l’idea di partecipare in collegamento da una cantina, che in realtà era uno studio separato. La canzone “E la vita, la vita” come sigla finale. Divenne subito popolarissima».

Primo film, «Per amare Ofelia». Si aspettava un successo così immediato anche come attore protagonista?
«No. Quando uscì il film andai a dare una occhiata davanti al cinema e vidi una coda lunghissima di ragazzi in attesa di entrare. Poi sbirciai in sala, nascosto dietro un tendone. La prima scena inquadrava una mia camminata di spalle, si vedevano solo i piedi. Scattò l’applauso. Ero davvero stupito».

Le strade di Cochi e Renato si divisero allora. Con Jannacci contrario al suo debutto cinematografico…
«Quando arrivò la proposta non sapevo come fare perché avevamo sempre lavorato in coppia. Mi confessai con Cochi. Fu accogliente. Se vuoi fare questo film, fallo pure. Lesse il copione anche il nostro Gesù Cristo e cioè Jannacci. Risposta: per me è una cagata pazzesca. Gli risposi con la frase di una sua canzone, Prete Liprando: “E io lo faccio lo stesso!”. Poco dopo chiesero anche a Cochi di recitare in un film importante, Cuore di cane, tratto dal romanzo di Bulgakov. Così mi sentii a posto nei confronti del mio compagno di vita e di lavoro».

“Il ragazzo di campagna” resta il film che ha più amato?
«È il più amato dal pubblico. Un amico produttore mi ha raccontato che è stato visto da milioni e milioni di persone, roba da montarsi la testa».

Una vita scandita da molte case. Da Gemonio a Milano, da Cervinia a Venezia. Qual è il posto del cuore?
«A Gemonio arrivammo da sfollati durante la guerra. Se ti trovi sotto i bombardamenti, ogni luogo più sicuro diventa bellissimo. Ero un bambino, era il tempo delle prime esplorazioni, delle scoperte. C’erano le galline che facevano le uova, il primo pane bianco lo mangiai lì».

Il racconto più emozionante è quello dedicato a sua moglie Brunella, scomparsa nel 2009…
«È stata la persona della quale mi sono innamorato ed è stato un amore lungo una intera vita. Ha allevato i nostri figli, Giacomo e Francesca, sacrificandosi, dedicando pazienza e speranza anche a me. Dotata di senso dell’umorismo, rideva mentre provavamo i nostri testi, a casa. Penso a lei in continuazione. E talvolta penso che avrei potuto fare meglio, darle di più».

L’ultimo capitolo sembra un commiato senza rimpianti. È davvero così?
«Ho affrontato la vita percorrendo un equilibrio fatto anche di leggerezza. E ho avuto una fortuna della Madonna. Mi pare abbastanza per essere sereno quando entri, diciamo così, nel rettilineo di arrivo».

Molti aneddoti esilaranti dove compaiono Mastroianni e Tognazzi; Edwige Fenech e Celentano. Quale il più divertente?
«Beh, consiglio quello intitolato “Il gatto di De Niro”. Da leggere per ultimo, però. Altrimenti c’è il rischio di non leggere il resto».