Panico 2.0

Panico 2.0

Panico 2.0 – Un disturbo che si può vincere di Rosario Sorrentino e Giulia Sorrentino – Compagnia Editoriale Aliberti 2023

Un indefinibile senso di fiato corto; instabilità nell’equilibrio, o un senso di calore che parte dal basso e sale rapidamente. Un tuffo al cuore, forte tachicardia, brividi, formicolio alle estremità, spesso a un braccio, che può simulare l’inizio di un infarto. Il forte timore di perdere il controllo e il contatto con la realtà. Un penoso senso di fuoriuscita dal proprio corpo, come se tutto intorno fosse diventato estraneo. Paura di morire o di impazzire, il tutto accompagnato da una sudorazione profusa, prolungata, e la percezione di un corpo che improvvisamente si irrigidisce e si tende come le corde di un violino. Chi ha vissuto l’esperienza del panico si riconoscerà in questa descrizione. Nel nostro Paese soffrono di questa malattia circa 2,5 milioni di persone, ma sono dei dati sottostimati, perché, non raramente, chi ne ha sofferto o ne soffre lo fa in silenzio. Questo libro vuole prima di tutto diffondere un messaggio chiaro di speranza: il panico si può vincere. Oggi sappiamo infatti che i risultati migliori, più convincenti e duraturi nel tempo, si ottengono grazie alla combinazione di una terapia farmacologica affiancata a una psicoterapia cognitivo-comportamentale e all’assunzione di un corretto stile di vita. Il dottor Rosario Sorrentino, neurologo e uno dei massimi esperti di panico e di disturbi d’ansia, dialoga in queste pagine con la giovane figlia Giulia, studentessa di Medicina che ha a sua volta sperimentato la sofferenza del panico. Ne esce un intreccio tra vita e scienza, esperienza e terapia, tra il distacco del medico e l’affetto tra padre e figlia. Quasi una storia di vita. Prefazione di Giulio Maira. Postfazione di Danilo De Gregorio.

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Leggi l’intervista integrale al dr Sorrentino a questo link

Il dottor Rosario Sorrentino ha appena finito di dire che, per curare gli attacchi di panico, oltre ai farmaci, è fondamentale una vita sana, «svegliarsi presto, fare attività fisica, soprattutto camminare molto, non fumare, non bere alcol né caffè». E Giulia, Sorrentino di cognome anche lei: «Papà, stamattina, di caffè ne ho preso solo uno, posso berne un altro?». Lui, accigliato: «Andiamo avanti».

Oltre che padre e figlia, Rosario e Giulia sono anche medico e paziente: il celebre neurologo l’ha curata e guarita dagli attacchi di panico e ora hanno scritto a quattro mani per la Compagnia editoriale Aliberti, il libro Panico 2.0 – Un disturbo che si può vincere. Lui è già autore di best sellers come La paura ci può salvare (Solferino Editore), lei studia Medicina per diventare Psichiatra e scrive per Libero. Dice: «Papà è il mio idolo, la persona che spero di diventare. Da bambina, tornavo a casa e gli chiedevo: mi spieghi il morbo di Parkinson? E lui: amore, sei piccola. Lo vedevo sempre al telefono, chiedevo: non puoi staccare? E lui: no perché le persone stanno male».

Racconta che, ora, ha inseguito il padre per un anno, pregandolo di scrivere il libro con lei? Perché ci teneva tanto?
«Perché lui mi ha curato e mi ha ridato la stabilità mentale persa. Perché mi ha insegnato a dare il giusto nome a panico e depressione. E perché volevo essere utile agli altri, ma non avevo titoli e preparazione per scrivere un libro né avrei voluto farlo con altri che con lui».

Dottore, lei perché si è fatto pregare?
«Perché sapevo quanto le sue domande potessero essere incalzanti e il backstage di un prodotto creativo lo conoscono solo i protagonisti. Lei scrive periodi lunghi, io brevi; lei ha una punteggiatura, io un’altra… È stata un’esperienza bella, ma faticosa». Lei: «Dice così, ma si è appassionato. Si alzava alle cinque, se gli veniva un’idea. L’appuntava mandandosi sms da solo. Mi ha fatto sudare a stargli dietro».
Lui: «Volevo che passasse il concetto che, quando si cura un paziente, su certe regole non si negozia. Quando do delle prescrizioni, posso apparire autoritario, ma solo così si possono ottenere risultati».

Giulia, quando e come arriva il primo attacco?
«Dieci anni fa, a 17 anni e senza spiegazione, andava tutto bene. Stavo tornando a casa dopo essere stata dal parrucchiere e inizio ad avvertire tachicardia, fame d’aria… Ho sentito gambe e braccia che si staccavano, gli arti paralizzati, pensavo di avere un ictus. Volevo un’ambulanza, papà mi ha detto che stavo provando quella cosa di cui avevo tanto sentito parlare: l’attacco di panico. Non ha detto: è “solo” un attacco di panico. Mi ha detto, invece, di spostare l’attenzione su altro, ma io cercavo di convincerlo che impazzivo dal dolore e stavo davvero per morire».
Lui: «La terapia non si comincia al primo attacco, ma solo se l’episodio si ripete periodicamente e causa ansia e paura che torni. E comunque, alle prime avvisaglie, è già bene cambiare lo stile di vita. Infatti, abbiamo dedicato un intero capitolo all’attività aerobica che è di per sé terapeutica».

Giulia, quali altri sintomi ha avuto?
«L’attacco non si presenta sempre nello stesso modo. A volte, senti un formicolio, atre hai la sensazione di avere una trombosi o un infarto o scappi dal cinema perché non riesci a respirare, per cui, ti dici sempre: stavolta, non è panico, è una malattia mortale. Per un periodo, ho avuto paura di strozzarmi mangiando e avevo eliminato mille cibi difficili da deglutire, tipo l’alga del sushi roll. Dicevo: sono allergica. Mi ha sempre preoccupato non avere un ospedale vicino. Una volta, gli amici mi portano a cena fuori e, quando scopro che, per pochi chilometri, eravamo in Piemonte anziché in Lombardia, mi è preso un colpo. Ho pensato: qui non conosco nessuno, se succede qualcosa, che faccio, dove vado?».
Lui: «Chi convive con gli attacchi di panico convive con un senso di morte e con la paura di avere paura. Molti non prendono il treno, l’aereo, l’auto, hanno il terrore di parlare in pubblico e di essere giudicati come malati di mente e perciò si isolano, evitano la compagnia». Lei: «Io faticavo a uscire di casa, ho iniziato a evitare gli amici per non spiegare i miei comportamenti strani. Soprattutto, gli attacchi hanno ritardato i miei studi. All’università, ero preparatissima, ma non davo gli esami perché mi terrorizzavano. Solo di recente sono riuscita a darne cinque di seguito. Papà mi ha insegnato a uscire dalla mia comfort zone, a riprendere l’aereo, a fare la risonanza magnetica, mi rimproverava da medico se non seguivo le sue prescrizioni».
Lui: «Non sono un guaritore o uno sciamano, è importante che anche il paziente ce la metta tutta. Poi, Giulia ha fatto suo il metodo, anche perché ha visto che iniziava a stare meglio. L’attacco di panico è la rottura di un equilibrio, io lo definisco “la bugia del cervello”: in quel momento, anche se sei in pieno benessere, al supermercato o a cena, il cervello ci vuole convincere di un pericolo che non c’è».

Ma la causa quale è?
«Alla base, può esserci o non esserci un trauma da abbandono e c’è una predisposizione genetica. La predisposizione viene slatentizzata da eventi stressanti come un lutto o un trasloco, che creano nel cervello condizioni biochimiche negative che impattano sul sistema di allarme dell’amigdala, che segnala pericoli inesistenti mentre la corteccia prefrontale – il luogo dove si pianificano azioni, decisioni, comportamenti – non riesce a riconoscere che quelle idee catastrofiche sono fuori dalla realtà».

Che cosa bisogna fare in caso di attacco?
«Devi parlare al panico come se fosse una persona, dirgli che hai altro da fare. Se lo fai, attivi un network neuronale che accompagna piano piano le idee catastrofiche alla porta. Un altro consiglio è la tecnica del cassetto: bisogna selezionare due o tre ricordi belli e, in caso di attacco, concentrarsi su quelli. O, fare altro, riordinare casa invece di ascoltare il sintomo: la politica del panico è impossessarsi del nostro flusso di idee deformando la percezione della realtà. Bisogna arrivare a dire, come se fosse un mal di testa: scusate, ho un attacco di panico, esco e torno fra cinque minuti».

Che cosa devono o non devono fare familiari e amici?
«Non devono mai chiedere: come ti senti? Ma devono distrarre il malato, farlo parlare d’altro».
Lei: «Quando stavo male di notte, il mio fidanzato mi interrogava sui numeri divisibili per tre finché l’attacco passava. Poi, un po’ alla volta, ho iniziato a fregarmene a pensare: non sono colpevole di essermi ammalata. Ho smesso di preoccuparmi del giudizio degli altri. Per questo ho apprezzato tanto Fedez quando ha detto al Corriere “devo occuparmi della mia salute mentale”. A cena fuori, prendevo platealmente gli psicofarmaci perché ero stufa di quelli che chiedevano perché non bevevo vino. E se mi chiedevano perché prendevo psicofarmaci chiedevo: perché, che c’è di strano?».
Lui: «Molti nascondono gli attacchi di panico, perché la gente dice: non hai niente, stare bene dipende solo da te. Ma è falso, il disturbo di panico è nel manuale diagnostico MSD al pari di patologie come l’infarto o l’emicrania. Ma soffrire in silenzio ha un costo emotivo. Inoltre, c’è un pregiudizio sociale verso gli psicofarmaci. Infatti, molti arrivano da me come all’ultima spiaggia, magari dopo anni di psicanalisi. Invece, gli psicofarmaci sono essenziali. A volte, può essere utile associare una psicoterapia breve cognitivo comportamentale. Quando mia figlia mi ha detto: papà tutti devono sapere cos’ho e cosa prendo, perché nessuno si deve vergognare di attacchi di panico e depressione, per me, ha significato molto». Lei: «Io, senza i farmaci che mi hanno consentito di uscire dalla fase critica, non sarei stata pronta per la psicoterapia».

Perché, dottore, non dovremmo avere paura degli psicofarmaci?
«La premessa è che io sostengo la tesi che, nel disturbo di panico, anche se l’epicentro è il cervello, l’attacco è vissuto in modo fisico. Si sente il cuore come se volesse uscire dal petto o si offusca la vista o si perde l’equilibrio… E lo psicofarmaco agisce a livello fisico oltre che sull’interruttore del segnale di allarme, l’amigdala. Quanto alla dipendenza, è un falso mito dovuto al fai da te con le benzodiazepine. In questo momento, almeno due milioni e mezzo di italiani soffrono di attacchi di panico, ma la bella notizia è che si può guarire. La mia forte ambizione non è collezionare pazienti, ma ex pazienti».

Giulia, com’è stare bene?
«Mi è venuta la voglia di riprendermi quello che mi è stato tolto dagli attacchi di panico e dalla depressione che è seguita, un mostro che non ti fa capire più niente, tanto che, un giorno, a 25 anni, ho pensato: se la faccio finita, forse smetto di soffrire. Ma papà mi ha spiegato che questi sono disturbi democratici, possono colpire tutti e hanno una base biologica e genetica. Possono anche tornare, io ho avuto una ricaduta. Ma quando stai bene, allora, ti accorgi che hai perso tempo non per colpa tua, ti dici: non ci sto a perdere contro il disagio mentale. Oggi, in 24 ore, ho bisogno di fare tantissimo. Ho anche scritto a Papa Francesco per chiedergli di prendere posizione sulle malattie mentali: aiuterebbe a spingere le persone a curarsi. E sto organizzando presentazioni del libro nelle carceri perché i detenuti che soffrono un disagio mentale sono tanti e non dovrebbero stare in tre o quattro in nove metri quadrati. Voglio aiutare gli altri, come ha fatto sempre mio papà».