Plurali difficili: -ce o -cie?

“Valigie” o “valige”? “Ciliegie” o “ciliege”?

La regola generale, quella che si insegna nelle scuole, è questa: se la consonante “c” o “g” è preceduta da una vocale, avremo il plurale in “-cie” o “-gie”.

Se, al contrario, la “c” o la “g” sono precedute da una consonante, il plurale sarà “-ce” o “-ge” (cfr.  “Il salvaitaliano” di Valeria della Valle e Giuseppe Patota).

Spesso ci imbattiamo, però, in forme come “provincie”. Come si spiega?

La risposta è che bisogna considerare il contesto: potrebbe trattarsi di una deroga, di una licenza legata all’evoluzione ed alle trasformazioni della lingua, oppure di un ossequio alla più antica tradizione.

La regola che troviamo nelle grammatiche italiane, infatti, è frutto di una innovazione proposta da Bruno Migliorini nel 1949, mentre in precedenza si seguiva un criterio etimologico: se la parola latina da cui derivava quella italiana non presentava la “i”, la vocale non andava conservata nel plurale, e viceversa (cfr. Amerindo Camilli, “Pronuncia e grafia dell’italiano”).

Esempio: la parola italiana “Provincia” trae origine dalla base latina “Provincia”, che presenta il nesso “-ci” seguito da vocale. Ne consegue che, stando al criterio etimologico, la “i” andrebbe conservata nel plurale.

di Marika Piscitelli