Premio Cesare Pavese Poesia 2022

Premio Cesare Pavese Poesia

Il 5 novembre è stato consegnato all’autore di «Padre padrone» il Cesare Pavese-Poesia 2022: «Scrivo versi che rappresentano la natura», una delle sue dichiarazioni.

«Abbiamo una poetica per il XXI secolo. Un canto all’impossibile. Chi ne fa più? aurumTellus di Gavino Ledda è una nuova impresa cosmogonica», così si è espresso Carlo Ossola, filologo e critico letterario, docente universitario, membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei e di altre istituzioni analoghe in Italia, Stati Uniti e Gran Bretagna, in una lectio magistralis, in occasione del ventennale del centro Apice (Archivi parola immagine comunicazione editoriale) del Dipartimento di studi storici dell’ateneo milanese.

A Gavino Ledda è stato assegnato il Premio Cesare Pavese-Poesia 2022 proprio per il suo poema aurumTellus, pubblicato nell’ottobre del 1991 dall’editore Scheiwiller, e proprio grazie alla proposta di Carlo Ossola, «giurato di riferimento» del premio per la sezione poesia.

L’autore di aurumTellus, e nel 1975 del capolavoro Padre padrone — tradotto in 47 lingue e tuttora letto in tutto in mondo come se fosse stato pubblicato ieri —, ha ritirato il premio il 5 novembre durante la cerimonia a Santo Stefano Belbo (Cuneo), il paese natale di Pavese, dove, dice Ledda, «mi hanno chiesto di fare un breve discorso, ma io francamente non so cosa dire, forse potrei recitare, o meglio cantare, qualche pagina di aurumTellus, però dovrei star bene con la voce, che in questo momento non è nelle migliori condizioni».

Il poema aurumTellus va poco recitato, molto cantato e molto pianto, perché — spiega Ledda — non potrebbe essere diversamente per un poema omerico e per un discendente diretto di Omero quale egli si sente. Secondo Ossola, aurumTellus si può paragonare a Le opere e i giorni di Esiodo. A questo paragione Ledda ha così replicao: «Già da studente, all’Università La Sapienza di Roma, dove come professore di Latino avevo Ettore Paratore, ero convinto che mancasse un Lucrezio degli anni presenti. Ecco, per me aurumTellus è la prova generale di un De rerum natura per gli anni 3000. Ti rendi conto del coraggio che ho avuto allora?».

Ledda ha lavorato al suo poema per dieci anni, dal 1978 al 1988. Poi, grazie a due sardi molto colti e influenti — l’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, amico di Gavino e suo dirimpettaio di casa a Siligo, e l’economista Paolo Savona —, ecco l’incontro con Vanni Scheiwiller, editore di libri preziosi, sia nel contenuto, sia come oggetti di arte tipografica.

Nel 1991, finalmente, aurumTellus vede la luce. Il libro oggi è introvabile, non lo avevano nemmeno negli archivi del centro Apice, fino a quando Ossola, alla fine della sua lectio, non gliene ha donato l’unica copia in suo possesso.

Gavino Ledda ha sempre detto che questa di aurumTellus doveva essere «una narrazione ad andatura di natura, che segua il bios, la vita», e infatti per comporre il poema ha studiato per dieci anni anche la fisica e la chimica. Tanto che Scheiwiller voleva che a scriverne l’introduzione fosse Carlo Rubbia. Cosa che poi non avvenne (la postfazione è di Paolo Savona), ma che non cambiò la vita di Gavino: i protagonisti del poema restarono gli stessi: gli elementi della natura. «aurum, l’oro, è considerato per il suo valore dai venali, non certo dalla natura — dice Ledda —, perciò l’ho scritto in minuscolo, al contrario di Tellus, Terra. Il titolo vuol dir questo, La Terra è oro».

Alla domanda “ma alla fine cos’è aurumTellus, cos’hai voluto dire con questo poema?”, Gavino Ledda risponde: «aurumTellus è la rappresentazione della natura e del tuttiverso — risponde lui serafico —. La natura, da quando esiste, è stata sempre bella, ha cambiato sempre forma ma si è ripetuta in maniera cangiante, a dimostrazione che la forma è importante quanto la sostanza, anzi lo è di più. È la forma che può far cambiare la sostanza, non il contrario. Lo dico da poeta: la forma mi ha dato più soddisfazione della sostanza».

Riscoprire, e premiare, un’opera come aurumTellus trent’anni dopo non deve meravigliare, se, come dice Gavino Ledda, «si ha la fortuna, o la grazia, che è toccata a me, di ritrovare quell’opera “più giovane” oggi di trent’anni fa, quando l’ho scritta».

Si è svolta sabato 5 e domenica 6 nel paese natale di Pavese, Santo Stefano Belbo (Cuneo), nella Chiesa dei SS. Giacomo e Cristoforo, la 39sima edizione del Premio Pavese. Sabato 5, alle ore 15.30, si terrà la cerimonia di premiazione dei vincitori annunciati dal presidente della giuria, Alberto Sinigaglia (i giurati sono Gian Arturo Ferrari, Giulia Boringhieri, Chiara Fenoglio, Claudio Marazzini, Carlo Ossola e Pierluigi Vaccaneo): oltre a Gavino Ledda per la poesia, sono stati premiati Michele Mari per la narrativa, Norman Gobetti per la traduzione, Emilia Lodigiani per l’editoria, Ludovica Maconi e Mirko Volpi per la saggistica. Dopo la cerimonia, è stato inaugurato «Dialoghi», il nuovo spazio museale della Fondazione Cesare Pavese che ospita la copia dei Dialoghi con Leucò su cui lo scrittore lasciò il suo ultimo messaggio, e una serie di inediti (libri annotati, manoscritti, lettere, bozze di racconti)…

Fonte: Corriere online