Ritorno nella città senza nome

Ritorno nella città senza nome di Natasha Stefanenko, Mondadori 2023

“Papà non torna a casa da giorni. Stop. Niente di grave. Stop. Ma io e la nonna siamo molto preoccupate. Stop. Cerca di rientrare prima che puoi. Stop. La nonna ti aspetta. Stop.” Dopo aver ricevuto un’allarmante comunicazione di sua madre, Natasha si precipita alla stazione Jaroslavskij di Mosca per salire sul treno notturno 572 diretto a nord. Sa che qualcosa di terribile è già accaduto: suo padre Sergej – ingegnere nucleare e convinto sostenitore della politica sovietica – è improvvisamente scomparso senza dare notizie di sé. Il presentimento che la sparizione del padre nasconda verità che non devono essere svelate e l’opprimente sensazione di essere pedinata l’accompagnano per tutto il viaggio fino a Sverdlovsk-45, la città dove Natasha è nata e cresciuta. S-45 è un luogo che per ragioni militari non appare sulle carte geografiche, circondato da filo spinato e sottoposto al controllo del governo federale. È un luogo strategico dove si lavorava alla costruzione dell’arsenale nucleare sovietico e ora, con i nuovi accordi voluti da Gorbačëv e Reagan, al piano di progressiva dismissione delle armi atomiche. Pur muovendosi con intraprendenza nella sua città natale, le indagini di Natasha giungono presto a un punto morto. Solo quando arriva Alex si aprono due nuove piste: la prima, legata al padre, la riporta a Mosca; la seconda la porta a intessere un’altalenante relazione d’amore con l’ambiguo Alex. Con l’intreccio delle due storie – largamente autobiografiche e ad alto tasso thrilling – Natasha Stefanenko ci racconta l’anima di un paese grande, inquieto e disorientato, l’Urss degli anni Novanta, che vive la fine di consolidate certezze e anche la dirompente irruzione di nuove libertà.

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«A Mosca i negozi erano tutti vuoti, la crisi era bestiale. Quando ho visto il primo supermercato a Milano mi veniva da piangere per l’emozione, tutti gli scaffali pieni, tutti quei colori. Da noi se arrivava lo zucchero ne prendevi 10 pacchi per sicurezza perché magari il giorno dopo non lo trovavi. All’inizio mi veniva naturale tirare su 10 vasetti di yogurt. Poi pensavo: vergognati, mettili a posto». Non solo perché viene dalla Russia, Natasha Stefanenko ha tutte le stimmate e la biografia da spia. È nata e cresciuta in un posto che non esiste, S-45, città che non era segnata nemmeno sulle mappe, a 250 chilometri da Ekaterinburg, sperduta tra i monti Urali, unica nozione di geografia per noi Occidentali che chiamiamo Siberia tutta quella enorme landa di terra che è fuori Mosca.

Cosa è S-45?
«Una città segreta che non esisteva sulla mappa geografica. Con la testa di oggi è una cosa inquietante a pensarci: era circondata da mura e filo spinato, allarmi ovunque, pattugliata da militari armati, ogni 100 metri c’era un cane lupo legato a un filo d’acciaio che correva a destra e sinistra. Si produceva uranio arricchito per le testate nucleari e mio padre lavorava lì. Città così ce n’erano una quarantina in tutta l’Urss, erano state volute da Stalin dopo la Seconda guerra mondiale. Città fantasma e segrete. S-45 fu costruita nel 1947, grazie ai detenuti dei gulag, che poi non potevano certo tornare a raccontarlo…».

Con gli occhi di lei bambina come vedeva la città in cui è cresciuta?
«Da ragazzina non vedevo questa inquietudine: la città era immersa in un bosco fittissimo, con la neve per 9 mesi all’anno, bianca, fiabesca, il lago lì vicino dove andavamo a pescare. La piscina era la mia seconda casa, c’era lo stadio dove praticare tanti sport: pattinaggio sul ghiaccio, sci di fondo, la slitta che adoravo, andavamo a vedere l’hockey. Io ero proprio felice. È stata un’infanzia e un’adolescenza di amore e divertimento totale, non mi è mancato niente, studiavo, mi divertivo. Mio papà sdrammatizzava con la sua ironia e autoironia, mia madre invece l’opposto, forse per questo stanno ancora insieme».

L’esposizione all’uranio non è esattamente salutare. Con gli occhi di oggi però non le fa paura pensare a essere cresciuta lì?
«Forse per questo sono così alta… A parte gli scherzi, all’epoca non c’era la conoscenza e la coscienza di niente. L’uranio non si vede e non si sente. Dicevano che tutto era a norma, controllato, ma non so; mi fa pensare il fatto che le donne andassero in pensione a 45 anni e gli uomini a 50, non credo perché il governo fosse così liberale… Mio papà oggi soffre di una malattia neurologica e sono convinta che sia dovuta all’esposizione all’uranio. Per me non mi preoccupo, non eravamo direttamente esposti, loro invece lavoravano in stabilimenti chiusi, nascosti sotto colline artificiali».

Eravate fantasmi.
«Sul passaporto c’era scritto che stavamo a Ekaterinburg, che è a 250 chilometri da noi, avevamo un pass, mi sentivo libera e privilegiata, era un posto molto fornito, potevi comprare qualunque cibo e costava tutto poco. Con 3 rubli mettevi in tavola la cena per un esercito, c’era un sacco di caviale e alla fine non ne potevo più. E poi era tutto gratis: luce, acqua calda, casa e ospedale gratis, le tasse non esistevano. Lo chiamavano il piccolo paradiso».

Si capiva già che avrebbe fatto la modella?
«Per niente. Mi chiamavano antennona, prolunga, giraffona, mi facevano sentire brutta e in effetti fino ai 17 anni sono stata proprio bruttarella, non solo per l’altezza. Ero praticamente albina, secca secca, la gambe due stecchini, molto complessata, non sopportavo lo specchio. Ero una bambina insicura, mi vergognavo di me stessa, non capivo come qualcuno avrebbe potuto volermi bene. Mi dicevo: va beh, fa niente, affronterò il mondo con l’intelligenza e lo studio».

Infatti si è laureata come ingegnere metallurgico.
«Non c’era un maschio, manco uno, che mi guardava, ero invisibile, trasparente. Quindi ho scelto di proposito una facoltà che frequentavano i maschi, solo il 10% erano donne. Pensavo: qualcuno mi vorrà bene, mi sceglierà».

Quando è cambiata?
«Quando sono andata a Mosca a fare l’università. È stato uno choc vedere dei maschi che mi guardavano. Che stress! Non ero abituata, non sapevo cosa fare, non riuscivo a gestire le emozioni; se mi guardavano in metropolitana pensavo di essermi dimenticata qualche pezzo di abbigliamento…».

La prima svolta è grazie alla vittoria nel concorso «The Look of the Year»…
«A Mosca era arrivato il primo McDonald’s, c’erano file chilometriche. Che poi a pensarci: gente che aspettava giorno e notte per mangiare una schifezza… Un giorno ci andai anche io, tre ore di coda e dietro di me un truccatore gay — una cosa incredibile da noi — che si proponeva di truccarmi e farmi andare al concorso. Per me era una proposta sminuente. Se mi dicevano che potevo fare la modella era come se mi avessero detto che potevo fare la prostituta, pensavamo che le ragazze che vendevano il corpo anche solo per una pubblicità erano sceme. Ma la fila era lunga, lui era simpatico e ha avuto tre ore per convincermi ad andare al concorso il giorno dopo. Così mi sono fregata da sola, ma è stato un trampolino».

L’altra svolta è l’arrivo a Milano. Cosa la colpì oltre al supermercato?
«L’Upim: andavo lì e uscivo matta. Mi perdevo nei negozi, rimanevo scioccata più per i colori che per la merce di cui erano pieni».

Quindi arriva l’incontro con il regista Beppe Recchia.
«Un’altra storia pazzesca. Ero in un ristorante con un amico italiano e si avvicina Beppe che non era proprio Alain Delon con tutto il rispetto: lui ha una certa età e mi fa capire che vorrebbe lavorare con me, ma pensavo ci volesse provare. A quell’epoca le modelle russe erano solo prostitute, quindi tutti pensavano fossi disponibile. Io mi comportavo di conseguenza. Ero rigidissima, di ghiaccio, tutti credevano che me la tirassi, gli uomini li fulminavo con lo sguardo».

Alla fine capisce però che è un vero provino per Mediaset, «La grande sfida», condotto da Gerry Scotti e Ramona Dell’Abate…
«A me non interessava, io volevo fare la modella, girare il mondo e poi tornare a fare il mio mestiere. Mi offrirono una cifra che non ricordo e io chiesi il doppio per farmi dire di no. Ma invece accettarono. Facevo la valletta muta, dovevo solo dire “da”, sì in russo. Io mi sentivo a disagio, volevo morire, per fortuna mia mamma e mio papà non mi vedevano. Gerry Scotti è stato meraviglioso, sempre super rispettoso, eccezionale, ma quando è finita mi sono detta: mai più».

La popolarità come arriva?
«Ho fatto spot per abiti, per profumi, per rossetti, per il Martini, ma la popolarità mi è arrivata grazie a uno scaldabagno. Il claim delle caldaie Riello era: non geli, non scotti più mano. Lì hanno iniziato a riconoscermi per strada».

Poi la chiamò Frizzi a «Per tutta la vita…?».
«Ma io non volevo fare il provino».

Lei finisce sempre per fare cose che all’inizio non vuole fare.
«All’epoca viaggiavo come una matta: Miami, Sudafrica, Venezuela, Maldive, giravo il mondo. Quando sento una modella che dice che il suo è un lavoro duro le darei una testata. Sei privilegiata, vedi posti pazzeschi».

Perché alla fine accettò?
«Mi convinse mio marito: hai 26 anni, come modella sei ormai vecchia, vai. Frizzi è stato una persona molto importante per me, una persona meravigliosa, perbene».

Tra i suoi partner professionali c’è stato anche Bertolino.
«Enrico è un fratello, è buffo, facciamo le vacanze insieme; grazie a lui, a sua moglie e alla sua associazione ho conosciuto il Brasile. È uno che ti tira sempre su di morale».

Ha frequentato il mondo della moda e della tv, quanta droga ha visto?
«Zero. Giuro. Mai visto niente e mai provata, già non sono calma di mio, se prendessi la coca diventerei un cavallo pazzo».

È sposata da quasi 30 anni con Luca Sabbioni, un passato da modello, oggi imprenditore nel settore delle calzature. Eppure non iniziò benissimo.
«Fece una scommessa. Mi avrebbe portato a letto nel giro di 48 ore. Anche lui aveva il pregiudizio: russa ma seria non era possibile. Perse la scommessa ma fu bravo a confessarmelo prima che poi tra noi succedesse davvero qualcosa. Mi rivelò che aveva scommesso una pizza, ma poi quando mi aveva visto in costume aveva aggiunto lo spumante. Orgogliosa come sono, se avesse vinto la scommessa e l’avessi scoperto, l’avrei salutato».

Entrambi modelli, entrambi laureati.
«In effetti una rarità. Luca mi ha colpito perché nelle pause delle sfilate lo vedevo con il Codice Civile in mano. In fondo anche io avevo il pregiudizio sui modelli».

Adesso per Mondadori ha scritto un romanzo, «Ritorno nella città senza nome».
«Scrivere un’autobiografia mi sembrava non solo noioso, ma anche fin troppo autocelebrativo. Così ho rielaborato la mia storia, raccontando anche la Russia all’inizio dei 90, anni intensi e con tante contraddizioni: volevamo la libertà ma non sapevamo cosa era; avevamo la sensazione che stesse per finire il mondo; ma forse stava per iniziarne uno nuovo; eravamo sospesi. Ora siamo aperti e poi? Che ne sarà di noi?».

Nel romanzo suo padre sparisce, è successo davvero?
«Non rivelo cosa è vero e cosa è fiction. Ma in questo libro l’85% di quello che c’è scritto è verità. Però non potevo raccontare tutto, se no diventava come Guerra e pace. Non per il contenuto eh…».