Salò, o l’invincibile crudeltà del potere

Il 2 novembre, nel quarantesimo anniversario dell’assassinio di Pier Paolo Pasolini, sarà l’occasione per vedere in sala, in versione integrale, il suo ultimo film: Salò o le 120 giornate di SodomaIl restauro è stato realizzato dal laboratorio “L’Immagine Ritrovata” della Cineteca di Bologna ed è stato premiato alla Mostra del cinema di Venezia, giudicato da una giuria di giovani.

Il film si ispira all’opera di Donatien-Alphonse-François de Sade, «Le 120 giornate di Sodoma, ovvero Le scuola di libertinaggio», composta nel 1785 nella prigione della Bastiglia, ove il Divin Marchese era stato incarcerato in quanto condannato per libertinaggio.

Ricordando questo pensiero di Pasolini:
“Penso che scandalizzare sia un diritto,
essere scandalizzati un piacere,
e chi rifiuta il piacere di essere scandalizzato
è un moralista…”
e consapevoli della difficoltà che presenta ogni discussione su  un’opera così controversa, dura e per certi versi tremenda, ci affidiamo alla grazia estetica e intellettuale di Angelo Favaro per commentare il film.

La redazione di i-libri.com

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Salò, o l’invincibile crudeltà del potere

Brevemente e chiaramente, interroghiamoci. Cos’è Salò o le 120 giornate di Sodoma?

Un film di Pier Paolo Pasolini, anzi l’ultimo film di Pasolini. Ormai scritto, girato e pronto, nel momento nel quale l’intellettuale corsaro moriva in quello squallido campo presso l’idroscalo di Ostia. Un film che non è un film, ma il desiderio di scandalizzare mescolando  la maledizione della letteratura, l’ideologia del potere e la violenza della religione. Fra qualche giorno la pellicola, restaurata dalla Cineteca di Bologna e dalla Cineteca Nazionale tornerà nelle sale cinematografiche, dopo essere stata premiata alla Mostra del Cinema di Venezia.

Mentre Pasolini muore il suo film scompare, poi viene ritrovato. Un giallo nel giallo. Due mesi dopo la morte eccolo in prima visione cinematografica. Incompreso, incomprensibile. Violento e perverso. L’ingrediente essenziale è la crudeltà sadica che genera la distorsione del potere ed è generata da una concezione del potere distorta. Se certamente non si può considerare il testamento di Pasolini, che progettava altri film ed era immerso nella composizione del suo romanzo monstrumPetrolio, al contrario lo si deve vedere come il suo più acerrimo attacco alla borghesia, al potere dei consumi, ormai vera e ineludibile forma di fascismo, alla manipolazione operata dalla chiesa cattolica sulle coscienze. L’impatto di quest’opera disperata e disperante è dirompente e terribile ancor oggi. Vero exemplum di maledizione e sovvertimento. L’Opera di de Sade e le riflessioni di Roland Barthes fondano, insieme a un coacervo di ulteriori citazioni e inserzioni, la vicenda di una Infernale Commedia, che non conosce o misconosce l’eventualità, anche solo l’eventualità del divino.

È Pasolini stesso a chiarire che il sesso e il potere si sono mescolati nella sua Opera come metafora del potere: Porcile, Orgia, Teorema precedono e preparano Salò. Al quale non è estranea nemmeno la lezione di Artaud. E la crudeltà è momento politico, eversivo, shoccante: e il poeta delle Ceneri arriva ad affermare: «Viviamo dunque ciò che succede oggi, la repressione del potere tollerante, che, di tutte le repressioni, è la più atroce. Niente di gioioso c’è più nel sesso. I giovani sono o brutti o disperati, cattivi o sconfitti» (Appendice a Salò, in Meridiani Mondadori, P.P. Pasolini, Per il cinema, p. 2064). Oggi ci appaiono costantemente annebbiati, spaventati, indifferenti a tutto, come se tutto quel che accade non riguarda loro, i giovani, non li riguarderà mai.

Forse, nemmeno le Opere del divino marchese de Sade, fra le quali Le 120 Giornate di Sodoma, potrebbero indurre questi giovani a superare quello stato di costante obnubilato torpore, fomentato dai ludici oppiacei tecnologici, molto più pericolosi di quelli naturali; e in ciò, probabilmente anche questo urlo infernale pasoliniano potrà risvegliare moti di consapevolezza o l’orgoglio. È la Bastiglia, dove il divino marchese sconta una terribile prigionia, che vede vergare le carte sulle quali si svolge il romanzo delle torture estreme, del piacere egoistico,  del dolore sollecitato sulle giovani e giovanissime vittime da quattro nobili cittadini, carnefici inarrestabili e implacabili. I corpi sono nudi e la nudità mostra non solo la bellezza esibita e illividita, profanata; la giovinezza consunta e violata disfa le vite. Non c’è congettura. Solo certezza.

È necessario oggi rivedere quest’opera filmica, che non è un film, ma prova tangibile che il male è ineliminabile, ammaliante, non più contrappeso del bene, ma pervasivo anelito dell’umanità.

Pasolini recupera tutto ciò inserendolo in un’atmosfera differente da quella della Francia di secondo Settecento, colloca la vicenda nel 1944-45 nell’Italia settentrionale durante l’occupazione nazifascista. È il sangue a dominare. La falsità e la sconfitta vincono. Questa è la vera abiura alla Trilogia della Vita, con la Monologia  della Morte.

Pasolini non prova orrore, quell’orrore che suscita negli spettatori, ma sembra al contrario compiaciuto e attratto da quel che repelle. Il potere è crudele. Sempre e comunque. Ma il potere è potere di essere e di agire oltre ogni etica oltre ogni limite.

La chiave di volta è nelle parole iniziali del Vescovo: «Tutto è buono quando è eccessivo». Un ethos dell’insaziabilità, che in Salò prepara e autorizza il dolore, il sesso sfrenato, lo sfruttamento fino allo sfinimento dei corpi, nella nostra civiltà contemporanea configura il potere e le dinamiche del capitalismo maturo. Tutto è riducibile a cosa, oggetto, residuo. Anche la vita. Anche la morte.

Angelo Fàvaro