Scandali parigini e “Tropico del cancro” di Henry Miller

Scandalo, si fa per dire, a Parigi: il presidente tradisce la sua compagna con un’attrice?

A noi naturalmente non interessa. E i francesi, anche in passato, hanno talvolta dimostrato di non lasciarsi coinvolgere più di tanto da vicende private che invece agiscono come il fiammifero acceso sulla santabarbara nella vita politica di Regno Unito, USA e… Italia!

Ma la bufera che si è abbattuta sull’Eliseo è l’occasione per ricordare un altro scandalo, questa volta letterario, scoppiato nel 1934 quando Henry Miller pubblicò “Tropico del cancro”: un’opera giudicata degna di rogo per le numerose scene di sesso, quasi sempre mercenario e reificato (“Poiché manca quella scintilla di passione, non c’è significato umano nell’accoppiamento”), tra parole grevi e in un’ambientazione parigina fosca e allucinata.

A Parigi, l’Henry Miller protagonista dell’autobiografico “Tropico del cancro” conduce una vita sregolata, spesso in condizioni di indigenza (“Dato che non ho un centesimo in tasca…”) compiaciuta (“pur avendo già perduto tutti i miei beni mondani e pur sapendo che si trattava di battere il marciapiede, affamato e con la paura della polizia”) e autocelebrata (“Le strade erano il mio rifugio. E nessuno può intendere il fasto delle strade fino a che non è costretto a rifugiarvisi, finché non è diventato una pagliuzza sbattuta qua e là da ogni zefiro che soffia”). Fa il correttore di bozze, il giornalista, l’insegnante d’inglese, il clochard e frequenta amici parimenti dediti ai piaceri del bere e della carne. Il suo umore oscilla tra malinconia (“Ma la tristezza è lì, dentro di lei, come una pietra e non c’è posto per altri pensieri”) ed euforia (“Risultato, contrassi una specie di neurosi. Appena uscivo all’aria facevo il pazzerello… Mi era venuta una specie di pazzia benigna, ecolalia…”), mentre i giorni delle intemperanze si alternano vorticosi alle notti brave.

Parigi, straordinario teatro della vicenda artistica e umana dello scrittore, non è la romantica “ville lumière” dalla vita patinata, bensì la città contaminata da inquietudini artistiche (“Anche mentre il mondo va a pezzi, la Parigi che appartiene a Matisse vibra di chiari, ansanti orgasmi, l’aria medesima è densa di sperma stagnante, gli alberi arruffati come capelli”), eclettica (“Il sacré Coeur, una specie di guazzabuglio d’architettura esotica, una lucida idea francese che ti fora l’ubriachezza e ti lascia a nuotare inerme nel passato, in un sogno fluido che ti tiene ben desto eppure non ti scorda i nervi”) e sonora (“I bar chic attorno agli Champs Elysées dove il suono del jazz e le voci infantili e melliflue paiono impregnare l’intavolato di mogano”): un punto di convergenza magnetico (“Capii allora perché Parigi attrae i tormentati, gli allucinati, i grandi maniaci dell’amore”) e contradditorio (“Parigi è come una puttana. Da lontano pare incantevole, non vedi l’ora di averla fra le braccia. E cinque minuti dopo ti senti vuoto, schifato di te stesso. Ti senti truffato”).

In questo habitat esplode la poetica surrealista (“Rivedo le grandi madri sdraiate di Picasso, con le mammelle coperte di ragni, la loro leggenda nascosta”) e onirica di Miller, nell’incubo reale ed esistenziale di fronte al quale ogni scandalo terreno è davvero poca cosa: “… dalle utopie strangolate è nato un pagliaccio, un essere diviso fra bruttezza e bellezza, fra luce e caos, un pagliaccio che quando tiene gli occhi bassi od obliqui è Satana in persona e quando li alza vede un angelo burroso, un lumacone con le ali”.

Bruno Elpis