Scorrettissimi

Scorrettissimi – La cancel culture nella cultura americana

Costanza Rizzacasa d’Orsogna ci porta al cuore del dibattito sulla cancel culture che infuria nella società non solo americana, ma ormai anche europea. Parole come ‘appropriazione culturale’, ‘supremazia bianca’, ‘mascolinità tossica’, usate spesso a sproposito, popolano le conversazioni quotidiane. Sullo sfondo, negli Stati Uniti, una polarizzazione politica e del pensiero che per gli esperti ha raggiunto un punto di non ritorno, e il modello parentale ed educativo del safetyism: la sicurezza emotiva come valore sacro. La retorica di sinistra che da anni infuria dentro e fuori i campus, eliminando tutto ciò che può apparire politicamente scorretto, alimenta il bigottismo di destra, in un circolo vizioso in cui perdono tutti. Le guerre culturali dilaniano la scuola dell’obbligo, con il numero dei libri banditi o contestati che sfonda ogni mese nuovi record. Se mettere i libri al bando non è nulla di nuovo nelle scuole americane, diverse oggi sono le tattiche, e fortissima la politicizzazione. Da Mark Twain a Philip Roth, da Hemingway a Toni Morrison, da Salinger a Margaret Atwood, “Scorrettissimi” ci racconta questo terremoto culturale, ne ricostruisce la genesi e le ragioni all’interno del contesto storico e politico americano in cui è nato.

Costanza Rizzacasa d’Orsogna, scrittrice, giornalista e saggista, lavora al Corriere della Sera, dove si occupa di letteratura e cultura americane per il supplemento la Lettura. Ha curato Storia di mio padre di Stefano Cagliari (Longanesi 2018) e nel 2020 ha pubblicato per Guanda il suo primo romanzo, Non superare le dosi consigliate. Il primo libro della saga di Milo, Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare (Guanda 2018), è uscito anche in Thailandia e in Corea del Sud. È del 2021 la seconda avventura: Storia di Milo, il gatto che andò al Polo Sud.

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In Scorrettissimi (Laterza) l’autrice esamina gli esiti della polarizzazione identitaria (fonte: Corriere online)

Gli Stati Uniti ribollono di faziosità. Non c’è solo la questione quanto mai scottante dell’aborto. A destra c’è chi preme con forza perché vengano messi al bando dalle scuole «libri sugli eroi dei diritti civili, sui nativi americani, sulla guerra civile, e anche libri di scienza». A sinistra avanza un’ideologia, sedicente antirazzista, «secondo la quale il privilegio bianco è il peccato originale, motivo per cui tutti i bianchi sono colpevoli per il solo fatto di essere tali». Insomma le «guerre culturali» non accennano a placarsi e rischiano di destabilizzare le stesse istituzioni democratiche.

Misura come un sofisticato termometro il livello di questa pericolosa febbre il saggio di Costanza Rizzacasa d’Orsogna Scorrettissimi (Laterza), ricco di particolari sui casi più eclatanti di cancel culture e impreziosito da interviste con esperti che manifestano la loro preoccupazione per la deriva in corso.

La questione più grave è di natura politica e riguarda la crescente polarizzazione dell’elettorato americano. L’accordo sulle regole del gioco, fondamento di ogni assetto rappresentativo in salute, sembra venuto meno, perché nei due partiti prevalgono le spinte estremiste, con la connessa delegittimazione degli avversari.

Si arriva al punto di contestare i risultati elettorali con l’azione diretta su istigazione di un presidente in carica, come è successo il 6 gennaio 2021. Continuando di questo passo, il rischio è che le guerre culturali degenerino in un conflitto cruento. E i sintomi non mancano: «Il sistema politico — si legge nel libro di Rizzacasa d’Orsogna — è così travolto dall’odio che anche le più semplici funzioni di governo diventano impossibili. La fiducia nel Congresso è ai minimi storici. Chi dovrebbe tutelare l’ordine a livello locale si ribella all’autorità federale».

La conflittualità sul terreno del costume è un dato fisiologico in ogni società pluralista, tanto più se multiculturale e multirazziale. Ma la politica dovrebbe servire a mediare le istanze di segno opposto, mentre oggi, osserva Rizzacasa d’Orsogna, ne è colonizzata. La posta in gioco non è più una legislazione orientata in una direzione o nell’altra, ma l’anima stessa della nazione. E quando a scontrarsi sono valori identitari esistenziali, «qualsiasi compromesso è impossibile».

Attorno al problema principale ne ruotano poi altri, di natura più strettamente culturale. Si può immaginare un insegnamento da cui sia espunto ogni testo che possa urtare la sensibilità di qualche studente? Ha senso condannare il romanzo di Mark Twain Huckleberry Finn — in tutta evidenza antirazzista, oltre che stupendo — perché vi appare di continuo la parola nigger, brutalmente offensiva per gli afroamericani, ma all’epoca di uso comune? Davvero i capolavori dell’antichità classica recano il marchio della supremazia bianca? È plausibile negare diritto di cittadinanza a un’opera sulla base del comportamento privato deplorevole, o anche criminale, del suo autore?

Immensa è senza dubbio la confusione sotto il cielo degli Usa, se l’attrice Whoopi Goldberg è arrivata a dire che la Shoah non riguardava la razza in quanto vittime e carnefici erano tutti bianchi. Ma al di là di questi eccessi aberranti, non è facile trovare la giusta misura tra la dannazione anacronistica del passato e i giudizi che su di esso resta comunque legittimo esprimere. Autori come William Faulkner ed Ernest Hemingway possono apparirci criticabili. Ma per criticarli bisogna leggerli, non censurarli. In fondo questo è l’invito sotteso a tutto il lavoro di Costanza Rizzacasa d’Orsogna.