Senza manette

Senza manette di Franco Califano e Pierluigi DiacoMondadori, 2008

Non si diventa il Califfo per caso. E neanche per un’astuta operazione di marketing. Tra Franco Califano e tanti sedicenti maledetti c’è una vita di mezzo. Una vita a scappare dai collegi, tra risse, bische e avventurieri, a battere le terrazze delle case popolari per racimolare un po’ di sesso. Per diventare il Califfo bisogna muovere i primi passi dormendo nella macchina di un amico, passare mesi in ospedale a guardare la morte negli occhi e poi riderle in faccia. Bisogna finire in galera senza capire bene il perché e combattere per non rischiare di impazzire come succedeva ad alcuni compagni di cella, fra cui Pietro Valpreda. Bisogna avere la forza di riemergere dopo le accuse infamanti, l’ostracismo generalizzato, certi amici che fanno finta di non conoscerti. Bisogna scrivere tanti capolavori della musica italiana. Il “Maestro” racconta per la prima volta senza filtri tutti gli aspetti della sua vita maledetta e straordinaria. Racconta le donne, le tante avute e le poche amate davvero. Il sesso fatto per dare piacere o per scacciare il dolore, come quella volta durante il funerale del padre. I compagni di viaggio come Luigi Tenco, Gino Paoli, Marcello Mastroianni, Diego Armando Maradona e gli “amici di Villa Solitudine”. Più qualche curiosità inaspettata, come il mistero nascosto dietro la sua voce inconfondibile. Califano, con la sponda di Pierluigi Diaco, mette su pagina i suoi primi settant’anni con una voce lirica e ruvida che raschia la vita.

Da questo libro è tratto il biopic sul Califfo, intitolato Califano, «il maestro», come lo chiama ripetutamente l’interprete protagonista del film TV, il 25enne cantautore Leo Gassmann, che debutta da attore nel biopic in onda su Rai1 l’11 febbraio.

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Leggi l’intervista a Leo Gassmann a questo link.

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Cosa l’ha portata a cimentarsi anche come attore?
«Ho riscoperto le mie radici, che poi non ho mai accantonato. Semplicemente ho aspettato il momento giusto per poterle conoscere meglio. Ho sempre fatto musica e continuerò a farla, è la mia più grande amante, però la recitazione è arrivata in un momento in cui ne avevo veramente bisogno».

Cosa intende, cercava nuovi stimoli?
«Forse sì, cercavo uno stimolo, ma soprattutto ero curioso di scoprire l’atto della recitazione su un set. Studiavo da vari anni, questa parte non è caduta dal cielo, ma c’è stata una lunga ricerca. Poi è arrivato questo provino e ci sono state tante selezioni. Avere la mia vita musicale mi ha aiutato ad allontanare l’ansia: mi sentivo pronto, ma bisogna anche essere fortunati, rispecchiare quel che la produzione ha in mente. Quando mi hanno scelto poi ho chiesto al regista, Alessandro Angelini, perché avesse voluto me».

 E lui?
«Angelini mi ha detto che stava cercando qualcuno che potesse raccontare la parte mai raccontata di Franco Califano e qui c’è il messaggio principale del film. Abbiamo messo da parte il lato oscuro del maestro, già raccontato mille volte, cercando di approfondire il motivo per cui è arrivato a quella vita, una vita straordinaria, nella quale si è dovuto ricostruire tantissime volte, ma che ha voluto fosse tutta basata sull’amicizia e sull’amore».

La sua figura è stata schiacciata troppo sugli eccessi?
«Sono convinto di sì. Lui era in dicotomia, dentro aveva un grande tumulto, e la maggior parte delle persone si ricorda solo le sue serate goliardiche. Meriterebbe un spazio più grande e spero possa ora essere conosciuto anche dalla mia generazione. Lui sperava di essere ricordato per la sua musica e non per le scelte che ha fatto. Se hanno un lettore dvd fra le nuvole mi auguro che possa vedere il film e sorridere».

 Come ha lavorato sul personaggio?
«Ho potuto essere affiancato dai suoi amici, specie Antonello Mazzeo, che ci faceva la pasta a casa sua e ci raccontava di lui. Siamo stati ad Ardea, il luogo dove è sepolto e c’è la sua casa-museo: la gente ci va in pellegrinaggio e siamo stati al concerto che la sua band ogni anno tiene in suo ricordo. Il suo pubblico mi ha abbracciato come se fossero una famiglia».

Fisicamente come si è preparato?
«Ho lavorato con una costumista straordinaria: Franco era alto sette centimetri più di me quindi lei voleva che il mio corpo fosse più asciutto per sembrare più slanciato. Sono stato da un dietologo, ho perso sei chili in tre settimane. Mi sono allenato sei giorni a settimana con un personal trainer: mi svegliavo alle cinque e andavo a correre, mi costruivo all’alba. Poi ho messo dei tacchi di legno di 8-9 centimetri, la notte avevo i crampi alle gambe e quella è l’unica cosa che non mi manca».

Dice di aver riscoperto le sue radici. Recitare è nel Dna di famiglia?
«Non so se ereditiamo qualcosa, ma so che se cresci in un ambiente inizi ad assomigliargli. Io sono cresciuto in mezzo ai teatri: a 4 o 5 anni, dopo la scuola, andavo dai miei genitori in tour o c’erano attori che giravano per casa. È stato come crescere in un circo: il set è casa mia, il teatro è casa mia. Spetterà al pubblico dire se lo so fare bene o male, ma è la cosa che amo fare e per la quale morirei».

A casa vostra Califano è mai passato?
«No, i miei non l’hanno mai conosciuto e mio padre (Alessandro; ndr) quando ha saputo di questo ruolo mi ha detto “tu sei un pazzo”».

Perché?
«Io ero agitato, gli ho detto “dammi dei consigli” e lui mi fa “sei un pazzo, esordire con un progetto del genere è una cosa complicatissima”. Mia madre (Sabrina Knaflitz; ndr) mi ha detto “so che sei un attore straordinario, andrai benissimo”. Papà più correttamente cercava di prepararmi alla difficoltà del ruolo».

Ma ci sarebbe mai potuto essere un debutto “facile” per un figlio e nipote d’arte?
«So solo che non ci sarebbe stato ruolo migliore di questo. Riguarda un personaggio importante per Roma, musicale come me. Credo sia il modo giusto per presentarmi».

Tra i commenti alle prime immagini dal set c’è chi le ha scritto «Sembri tanto tuo nonno»: il paragone con Vittorio Gassman la lusinga o la intimorisce?
«A me fa un immenso piacere che le persone si ricordino di lui guardando me. Sono il suo primo fan, come di papà, di mamma e di tutta la mia famiglia. Oltre a essere dei professionisti, sono persone oneste che mi hanno insegnato dei valori e dato la possibilità di essere felice. Però chi ha conosciuto nonno non me lo dice per l’aspetto fisico: mi pare di capire che fosse vicino a me anche a livello umano, quindi forse lì c’entra il Dna. Io ero piccolo quando se n’è andato, ma lo vivo attraverso i racconti delle persone e il suo grande repertorio. Questo mi dà la possibilità di ricostruirlo come un puzzle».

In cosa era simile a lei caratterialmente?
«Mi dicono avesse la capacità di aggregare le persone, di farsi notare entrando in un luogo. Certo, lui era più alto di me, con le spalle più grandi, aveva presenza scenica ed energia ed era un uomo di cultura. Però io penso di avere tanti difetti, ma anche la capacità di portare grande entusiasmo e ciò mi dà la possibilità di essere notato. Credo sia questa la mia qualità. E forse anche la generosità, come lui, che difficilmente poteva essere odiato. Spero un giorno di poter essere ricordato come mio nonno, una brava persona che ha fatto di tutto per migliorare lo spazio intorno a sé».