Splendori e miserie delle prostitute nel cinema italiano

Splendori e miserie delle prostitute nel cinema italiano di Alessandro ChettaRobin Edizioni

Le prostitute non mancavano mai nei film del periodo d’oro del cinema italiano. La loro carica drammatica e sensuale ammaliava registi e sceneggiatori.
Cortigiana frutto proibito, amato e spregiato, ma anche vestale amica e, per Fellini, persino genitrice che inizia alla seconda nascita: la sessualità. I maggiori cineasti gli hanno dato forma e vita, da Pasolini e Pietrangeli, e le più famose dive corpo, voce, carattere: Anna Magnani, Sophia Loren, Alida Valli.
Questo libro prova a metterle insieme, dal dopoguerra al Sessantotto, secondo un canone sacro e profano: donne di vertigine erotica e mistero, trascendenti la morale e immanenti al vizio. Dinamite letteraria par excellence.

Nella nostra filmografia, tra il 1945 e il 1965, in oltre duecento pellicole (che equivale al 10 per cento dei film usciti in sala) compaiono prostitute, squillo, escort o ragazze di vita, in vari ruoli, piccoli o grandi, ma sempre ben descritti: … sceneggiatori e registi conoscevano direttamente la materia?

La lucciola non è semplicemente una comparsa, ma una diva (si pensi a Giulietta Masina, Alida Valli, Silvana Pampanini, Anna Magnani – in Mamma Roma, 1962, abbandonare il mestiere e diventare una donna rispettabile non è così facile…), Sophia Loren (squillo d’alto bordo in Mara, episodio di Ieri, oggi, domani, 1963, e Filumena Marturano in Matrimonio all’italiana, 1964), Claudia Cardinale (l’ex prostituta Jill in C’era una volta il West di Sergio Leone, 1968) hanno “indossato” le vesti delle belle di notte.

Alessandro Chetta, filmaker e studioso di cinema, nel suo saggio Splendori e miserie delle prostitute nel cinema italiano ripropone una rassegna del periodo compreso fra la guerra e gli anni ’70:

I film degli ultimi anni di guerra e quelli neorealisti – Soldati, povertà e fame erano elementi che alimentavano il mestiere. C’è una serie di pellicole ambientate al Tombolo, la pineta fra Pisa e Livorno, che nel ’44-46 richiamò migliaia di donne che si davano alla prostituzione. Tombolo, paradiso nero (1947) di Giorgio Ferroni o Senza pietà (1948) di Alberto Lattuada.

Un peccato tollerato – Le «peccatrici», professioniste o occasionali, erano presenti nei film in modo così massiccio che anche nell’Italia democristiana degli anni ’50 passavano indenni i controlli ministeriali. Per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega sul cinema, Giulio Andreotti,  le prostitute commettevano un peccato già rimesso dalla Storia e quindi tollerabile.

Era un mestiere facile? – Perché così tante prostitute nel nostro cinema? Troviamo la risposta nel dialogo di Luciano Salce (sceneggiatore de Il mantenuto, 1961) fra Ugo Tognazzi e Ilaria Occhini: «Ma perché ti sei messa a fare quel mestiere?». «Perché è facile».

Le case chiuse – Il film Persiane chiuse, diretto nel 1951 da Luigi Comencini e girato a Torino, ricorda che le case di tolleranza all’epoca avevano l’obbligo di lucchetto alle finestre perché ciò che accadeva dentro le stanze del piacere non disturbasse il pubblico decoro: da qui l’espressione «case chiuse». La tratta delle bianche, del ’52, sempre di Comencini è una pellicola fra il poliziesco e il drammatico sul traffico di donne. La trama de Le soldatesse, del ’65, di Valerio Zurlini: durante l’occupazione italiana della Grecia un ufficiale (Tomas Milian) riceve l’ordine di accompagnare alle rispettive sedi un gruppo di dodici prostitute destinate ai militari. Inoltre: Film d’amore e d’anarchia, il film del ’73 di Lina Wertmüller, e Paprika di Tinto Brass, 1991.

Alcune battute cult – In Campane a martello (1949) di Luigi Zampa un gruppo di «segnorine» salutano commosse gli ultimi marines in partenza dall’Italia. Una di loro dice all’amica: «Senti, io me ne vado». E l’altra: «E aspetta, no? Lasciameli guarda’ nantro po’… fino alla prossima guerra chi li rivede più?». In Le quattro giornate di Napoli (1962) di Nanni Loy dalle finestre senza lucchetto di una casa chiusa spunta il tricolore e una voce: «’A guerra l’hanno vinta pure ‘e zoccole».

Il record è di Alida Valli che interpreta «una di quelle» per ben tre volte, ma sempre prostituendosi per giusta causa: per salvare un figlio (La vita ricomincia), o l’uomo che ama (Ultimo incontro) o il matrimonio (Noi vivi).

In Miss Italia di Duilio Coletti il personaggio di Lilly («Quando portavo a casa le scatolette e il tabacco, nessuno mai mi domandava come li avevo avuti… eppure ora si ricordano il resto») è interpretato da Constance Dowling, l’attrice statunitense della quale si innamorò Cesare Pavese. Il film esce nel 1950, anno in cui lo scrittore muore suicida.

Dopo la legge Merlin – Arrangiatevi, film del 1959 diretto da Mauro Bolognini, è un’opera selezionata tra i 100 film italiani da salvare, ma è anche il miglior film – con Adua e le sue compagne, del ’60 – sulla celebre legge Merlin, passata nel 1958. Il film si conclude con Peppino De Filippo che dalla finestra grida ai militari, che hanno scambiato la sua palazzina per un casino, che ormai quelle case le hanno chiuse: «E ora, Arrangiatevi!»

Ed ecco un estratto dal libro Splendori e miserie delle prostitute nel cinema italiano di Alessandro Chetta:

(…) A Luigi Comencini si deve uno dei primi ritratti specifici sull’underground dello sfruttamento delle prostitute, il film Persiane chiuse: teatro per questa scandalosa première nel mondo dei postriboli fu la Torino del 1951 (non che prima mancassero pellicole con donne di piacere, anzi, ma il focus sulle maison era roba nuova). Il titolo riprende l’obbligo di lucchetto alle finestre nelle case di tolleranza: l’interno delle stanze di piacere non doveva disturbare il pubblico decoro; dallo sbarramento delle persiane deriva la dicitura case «chiuse». Certamente contro i rumori molesti del coito c’era poco da sbarrare.
Oltre Comencini, il film vanta due coautori di fatto. Il primo è Gianni Puccini, che rinunciò alle riprese. Il secondo un certo Federico Fellini. Il riminese, allora trentunenne, si trovava sul set torinese perché aveva contribuito alla sceneggiatura. In attesa del regista, il produttore Luigi Rovere gli chiese di girare una scena: il recupero di una caravaggesca Annuccia dal Po. Fu quindi una prostituta a battezzare Fellini e con l’acqua rivierasca dei Murazzi. Il futuro maestro de La dolce vita aveva già cofirmato l’anno precedente Luci del varietà con il più esperto Lattuada ma grazie a quelle tre-quattro essenziali pose a Torino fece bingo.

A Rovere il girato non dispiacque, fu l’atout per affidargli un soggetto di Antonioni, Lo sceicco bianco.

Ma di cosa parla esattamente Persiane chiuse? È la vicenda di Lucia costretta a prostituirsi, ma, più in generale, al centro della storia figura «Il problema del giorno» come annunciano le civette sui giornali. L’argomento è formalmente tabù per l’Italia democristiana: si metteva in scena non una singola donna perduta ma un intero paesaggio di ragazze considerate feccia da nascondere. Contro Persiane chiuse si muove Alcide De Gasperi «con un foglietto scritto a mano, con matita blu». A evitare il sequestro fu Giulio Andreotti.

Carla Del Poggio

(…) Nel primo dopoguerra Alberto Lattuada gira Il bandito . La scena è sempre a Torino: Carla Del Poggio veste i panni di Maria, che per sopravvivere nella città devastata va in appartamento e cambia il nome in Ines. Il fratello reduce, in astinenza da tempo, vuol andare a donne. La prima che gli capita è proprio la sorella. Trasecola. Maria-Ines biascica: «Sai, da quando è morta la mamma e poi la guerra…», e non va oltre perché non c’è nulla da aggiungere. I puntini sospensivi, il non detto, aiutano spesso nelle sceneggiature questo tipo di personaggi a far intendere le proprie ragioni. Gli autori celano i significati nell’allusione fidando sulla prossemica delle attrici, e al pubblico basta

(…) Ottavia Piccolo è la tenera Berta in Bubù (1971). Il regista Mauro Bolognini non potendo avere la costosa Parigi per location punta su milano ma soprattutto su Torino, la metropoli che più si avvicina alla Ville Lumière dell’epoca di Toulouse Lautrec. Come le sue compagne di marciapiede anche Berta, sifilitica e depressa, continua a darsi a vecchi e marinai. «…Non è niente, signore — dice a un cliente sadico che la schiaffeggia — Sono una donna che batte il marciapiede per guadagnarsi la vita e più scendo in basso più mi sento sollevata. La vita non ha fatto niente per me, allora perché non darle tutto fino alla fine?». Ricorda un po’ il Max Stirner dell’Unico per cui la causa «è solo mia, è l’unica cosa che ho, e non dev’essere né buona né cattiva» rivestita di valori posti da altri.
Nel medesimo film un giovane Gigi Proietti fa il macrò, il protettore in bombetta che a proposito di sifilide, l’Aids di quel tempo, filosofeggia: «La sifilide è come la prigione, la si può evitare ma se ne può uscire anche più forti. Un vero macrò che si rispetti deve averla. E se non è un verme deve anche vantarsi! È un battesimo, nostro e loro», delle ragazze.