STORIA DI UN AMORE

Con la coda tra le zampe e le orecchie penzoloni, a breve distanza, un vecchio cane seguì il corteo funebre per la ripida strada che conduceva al cimitero fuori le mura del paese. Cominciò a piovere lentamente, poi a dirotto e saette luminose seguite da rombanti tuoni solcarono il cielo nuvoloso. La fitta pioggia che l’investi, povero animale, gli appannò la vista, gli penetrò lo scarso pelo e l’agghiacciò tutto.


Fu allora che cercò riparo e raccolte le forze, con grande affanno, si affrettò a raggiungere il carro nero che trasportava le spoglie del suo padrone ma non ebbe fortuna quando tentò di rifugiarsi tra le grandi ruote.

Il conducente lo vide, sogghignò, mirò giusto schioccò la lunga frusta e lo colpì sulle costole scarne già piagate dalla fame, dal freddo e dalla pioggia.

 Il vecchio cane guaì per la malvagia sferza, si trascinò sulle zampe ischeletrite e al riparo di un androne si accovacciò leccandosi le ferite. Ma nell’azzurra divisa, intecchito e ben pasciuto, il custode del palazzo uscì dal casotto imprecando, lo raggiunse e gli assestò una pedata.

Il povero animale patì nuove sofferenze ma ebbe la forza di riprendere l’arduo cammino e, zoppicando, raggiunse il  corteo funebre che trovò assiepato dinanzi il cancello del cimitero.

Anche il conducente del carro, imponente nella nera palandrana di tela dai bottoni dorati e con la lunga frusta sotto il braccio, era lì a conversare con i becchini. Il vecchio cane riconobbe l’aguzzino, rammentò la frustata che gli aveva bruciato le costole e serrò le mascelle pronto all’attacco e alla giusta vendetta . Ma il corpo martoriato non gli obbedì e saggiamente, rabbrividendo sotto l’inclemenza della pioggia, si riparò dietro un cespuglio e aguzzò la vista in attesa che quel cerbero si allontanasse.

Il parentado in gramaglie, intanto, uscito dalle carrozze, al riparo di capaci ombrelloni si affollò intorno al carro ma si disperse al sopraggiungere dei becchini.

Preceduti dal guardiano del cimitero trassero la pesante bara dal carro e sulle spalle, ansando, seguiti dalla vedova e dal codazzo dei parenti e amici del defunto, la trasportarono fin sul ciglio di una fossa che tre camposantieri avevano già liberato dalla mota. All’erta come fu il cane vide che la via era libera e quatto quatto varcò il cancello di quel luogo di eterno riposo e si appostò dietro una tomba osservando. Di quà e la saltando tra le pozze ma con la tonaca, ahimè, inzaccherata, stringendo un ombrello che per miracolo il forte vento non gli strappò dalle mani, seguito da un chierichetto che racava l’aspersorio, un prete giunse trafelato. Biascicò parole di scusa, si asciugò la faccia con un fazzolettone, tossicchiò un paio di volte e con espressione compunta si volse a rimirare i volti afflitti dei convenuti intorno alla fossa.

Poi, deciso, passò l’ombrello al chierichetto, inforcò gli occhiali, frugò nella ampie saccocce della tonaca provvedendosi di un rosario, di un libricino di preghiere e della santa memoria rammentò la vita vissuta da buon cristiano e le compiute opere di carità.

Dopo il de profundis  declamato con abituale accoramento, afferrò l’aspersorio che il chierico gli porse e fece alla svelta un gran segno di croce invocando santa benedizione . In verità, ansioso di ritornare al tepore della vicina canonica, fu lieto in cuor suo che la cerimonia fosse giunta alla fine. I parenti dello scomparso, anime tenere, non vollero essere presenti alla sepoltura dell’adorato. Seguendo la vedova che, inconsolabile,  accettò di buon grado l’intervento del prete che, al pari di un cavalier servente, si precipitò a sorreggerla, si affrettarono a raggiungere le carrozze in attesa dinanzi il cancello lasciando libero campo ai becchini. Pronti alla bisogna, a calare il sipario sull’ultimo atto di quella commedia, sollevarono la bara e con due robuste corde l’adagiarono sul fondo della fossa che riempirono di terra e con una pesante lastra di candido marmo.

Poi e per vie diverse, maledicendo il fango e la pioggia fuggirono quel  luogo di dolore. Nella carrozza privata dove trovò alfine riparo, la vedova addolorata si liberò del lungo velo e del cappello fradici di pioggia e ignota all’altrui sguardo, tersa l’ultima stilla di convenienza, accavallò le lunghe gambe, accese una sigaretta aspirandone il fumo con voluttà e alla ricerca dello specchietto, del rossetto e del dischetto della cipria cominciò a frugare nella capace borsa senza apparente risultato.

Con frenesia, allora, perduta la pazienza, la vuotò del  contenuto spargendolo sul sedile senza curarsi di raccoglieri altri oggetti che si sparsero dappertutto. Con rabbia, razzolando tra questi ultimi, trovò, alfine, gli strumenti artefici della propria bellezza assieme ad un medaglione d’argento che racchiudeva l’immagine giovanile della buon’anima ma non ne ebbe cura. Infatti, infastidita, lo scostò con un piede ed esultando afferrò ciò che bramava. S’incipriò il bel viso, tinse di rosso le labbra carnose e ammirandosi nello specchio sorrise soddisfatta fugando cosi’ l’ultima parvenza di dolore.

Partiti che furono il prete e il parentame il veccio cane si trascinò fino alla tomba. Si guardò intorno, poggiò la zampa destra sulla lapide e socchiudendo gli occhi mandò un alto e roco lamento che al cielo saì’ con grande dolore. Ma a quel grido, dal breve sonno che l’aveva colto su una sedia dinanzi il camino il guardiano del cimitero si destò. Dapprima credette che fosse la fuga del vento tra le fronde e andò alla finestra a spiare. Ma quando vide l’importuno animale ne maledisse la razza, indossò un mantello, si armò di un nodoso bastone uscì nella bufera besstemmiando.

Ma il cane ne udì la voce, lo vide avanzare minaccioso e fuggì come potè. Pur breve che fu il tragitto lo spossò ma trovò riposo e riparo sotto una grande quercia fuori le mura del cimitero. Un grande sonno gl’intorpidì le membra e per un  istante chiuse i grandi occhi ma il tormento della sete, della fame, della furia del vento e della fitta pioggia lo costrinsero a drizzarsi sulle zampe malferme e lentamente ritornò in paese.

Fermamente convinto che ben presto avrebbe trovato asilo e cibo si fermò a riprendere fiato dinanzi la porta della grande casa che gli era familiare. Unico esemplare maschio di una cucciolata di purissimi setter inglesi, vi crebbe tra le coccole della servitù, dell’amato padrone e dei suoi figlioli. Visse giorni felici e mai accadde che avesse trovato vuote le ciotole dell’acqua e del cibo. Con quei ricordi nel cuore e nella mente si erse e con le zampe anteriori cominciò a raspare furiosamente l’uscio, ululando, fino a quando dalle unghie dolenti non venne fuori il sangue. Dall’interno della casa, confuso, gli giunse l’eco di un ciabattare veloce, di un gridare rabbioso e si scostò scodinzolando con gli occhi pieni di speranza.

Ma la donna vestita di nero con le labbra tinte di rosso e con il viso incipriato che venne ad aprire urlando come fosse invasata, lo cacciò a pedate sbattendogli la porta sul muso. Il vecchio cane guaì, si fece da parte e ripercorse la strada che portava al cimitero. Durante il cammino disagevole a causa della neve che cominciò a fioccare fitta, sentì un gran fuoco bruciargli il petto e lo spense appena leccando l’acqua sporca di una pozzanghera. Dinanzi  il cancello del cimitero si fece più guardingo e quando fu certo dell’assenza del guardiano lo varcò più in fretta che potè e raggiunse la tomba del padrone. La tormenta di neve infuriò, scosse le cime degli alti pini e dalle tombe rapì ogni fiore e spense ogni lume.

Il vecchio cane si rannicchiò sulla fredda lastra di candido marmo. I morsi della fame, della sete, del freddo e dell’umana cattiveria non l’avrebbero più tormentato. Prima che il candido manto lo coprisse tutto fu preda d’indicibili torpori e s’addormentò sognando immensi prati verdi, sfrenate corse nei boschi, lunghe veglie di caccia e tenere carezze.

di Joseph Termini