Studi sull’amore

Studi sull’amore di Franco Arminio, Einaudi, 2022

«Abbiate cura di impazzire per un abbraccio.»

Un libro intenso, pieno di luce, del piú antico fra i poeti contemporanei italiani.

«Uno dei poeti piú importanti di questo Paese» – Roberto Saviano

«Gli basta una manciata di sillabe, connesse da un gioco sapiente di rime ed assonanze, e un intero destino si staglia nettamente sul bianco della pagina. Come accadeva in certi indimenticabili epigrammi composti in vecchiaia da Giorgio Caproni» – Emanuele Trevi

«Poesia delicata, volatile, breve, ma esatta e lavorata giorno dopo giorno» – Valerio Magrelli

«Leggere Arminio è un’esperienza indimenticabile» – Marco Belpoliti

«Arminio è uno scrittore raro: scrive con tutto il corpo e si accorge di tutto quello che succede ai corpi altrui, di dentro e di fuori» – Domenico Scarpa

Con la sua lingua asciutta e lirica, sacrale e domestica, in cui c’è sempre uno scarto, uno slittamento inatteso, una sottile sensualità, Franco Arminio fotografa il corpo spaventato dalla morte e infiammato dall’amore. Non soltanto l’amore carnale, ma quello che ci conferma di esistere: l’amore per un figlio e quello per un angolo di paese, l’amore per una strada e quello per la madre, l’amore per un amico e per chi ci è ancora sconosciuto, al punto da scavare in noi il languore del desiderio. Nei suoi versi l’incontro erotico, sentimentale, è sempre un viatico verso Dio, raggira la morte e la corteggia, è miracolo ed epifania. Arminio dedica poesie e prose commoventi anche agli amori – vissuti o mancati – di altri scrittori e poeti, da Kafka a Pasolini, da Susan Sontag ad Amelia Rosselli, trovando una voce nuova per indagare il coraggio di essere fragili che ognuno di noi ha sentito innamorandosi, «il mistero di raggiungere | nello stesso tempo il corpo di un altro | e il nostro».

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Leggi l’intervista completa all’autore, poeta e paesologo irpino, a questo link

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Appena cominciamo a parlare, Franco Arminio sente che sta avendo un infarto. Un modo come un altro per iniziare un’intervista. Lo penso parafrasando un suo verso: «Sono morto alle 7 del mattino, un modo come un altro per iniziare la giornata». Capita di rado d’intervistare un poeta vivente, forse mai d’intervistarne uno morente. Per un bel pezzo, lui sarà indeciso se trattasi di reflusso o d’infarto e io sarò in bilico fra chiamare l’ambulanza o scrivere direttamente il necrologio. Poi, lui si calma. Mi fa: «Stia tranquilla, questa fitta al petto non è reflusso, non è infarto: è mia madre».

 In che senso è sua madre?
«Da mamma, ho preso l’ansia. Mi ha sempre cresciuto come se fossi malato. A tre mesi fui ricoverato per difteritee lei sosteneva di aver visto, nella mia stanza, bambini morire ogni giorno per la mia stessa malattia. Diceva che, per la paura, era diventata cardiopatica. Sono cresciuto accompagnandola per medici e ospedali, con lei che mi ricordava che si era ammalata per colpa mia. Per anni, ho temuto la sua morte, poi sono passato a temere la mia. Ogni scrittore ha una ferita e questa è la mia».

In sintesi, soffre di attacchi di panico?
«Mentre sto facendo qualcosa, sento un dolore e una parte di me pensa che non è niente e un’altra dice: ora, muoio. Vivo e scrivo sul crinale fra spavento e battaglia. Sulla mia paura di morire, ho scritto Cartoline dai morti. Per me, anche solo fare un respiro senza l’assillo della morte è straordinario; avere un momento della giornata senza ansia è un fatto clamoroso».

Primo attacco?
«A 26 anni, dal barbiere. Mi girò la testa e, avendo letto di uno morto di encefalite, mi convinsi che stavo morendo. C’erano i Mondiali del Messico, mi dissi: mi perdo pure i Mondiali. Poi, gli attacchi sono tornati in tutte le situazioni e la paura ti inganna, un giorno parte da una puntura, un altro da un dolore al braccio. Andavo al pronto soccorso o prendevo le gocce, oggi, ho imparato a gestire questi momenti. Li ho trasformati in strumenti di conoscenza anziché, come mamma, in strumenti per arricchire i medici. L’ansia amplifica le sensazioni, è il mio binocolo per guardare il mondo».

Scrive versi dopo gli attacchi di panico?
«Ho calcolato che, nel 90 per cento dei casi, le mie pagine migliori sono legate a risvegli precoci quando ho mangiato pesante».

Mi prende in giro?
«La scrittura è sempre un tentativo di riparare la ferita e io scrivo per pagare gli errori che ho fatto. Da ragazzo, non sapevo salire sugli alberi e scrivevo versi per compensare la mia inadeguatezza. Oggi, scrivo per punirmi di un’infermità immaginaria quando ho gli attacchi e, siccome ho l’intestino delicato e pizza e cioccolata la sera mi fanno male ma le mangio lo stesso, quando mi sveglio alle tre di notte, scrivo una poesia».

Come si spiega il successo, le sette ristampe di «Cedi la strada agli alberi», i teatri pieni?
«Ho successo perché il mondo vive nel timore e io maneggio il timore da quando ero bambino. Durante la pandemia, avevo più attenzione perché la gente era più spaventata. Una volta, ho messo il mio numero di telefono sui social e ho ricevuto trenta chiamate al giorno».

E che le chiedevano le persone?
«Mi raccontavano le loro paure. Una signora di Bergamo mi ha detto: qui non si muore, si sparisce. Un’anziana di 80 anni mi ha detto: mi mancano i baci. Molti lettori hanno con me un legame sanitario. La gente dice: se questo sta così e va tanto in giro, allora, posso farlo pure io».

E quelli che non hanno con lei un «legame sanitario», che legame hanno?
«Gastronomico. Leggono i miei versi e, in cambio, mi mandano salami, arance. Oggi sono arrivati dalla Sicilia una marmellata e dei fagioli. È un baratto molto più conveniente per me: certi fagioli buoni mica li trovi al supermercato».

Mi parli di Bisaccia, provincia di Avellino.
«È lontana da tutto, ma non l’ho mai lasciata. Ho visto il mare per la prima volta a 17 anni. Mi fece quasi schifo. Sono morti mia madre, mio padre e io sto ancora qua, in una casa che era un’osteria e ora è la mia casa. Nella mia strada, c’erano calzolaio, farmacista, sarta e ora non c’è più nessuno. Quando avevo 7 anni gli abitanti erano 8 mila, oggi sono 3.500. Io sono rimasto, è il paese che è andato via».

Lei perché è rimasto?
«Non perché si stia particolarmente bene, ma a un certo punto ho avuto un lavoro di insegnante elementare, una famiglia mia. Solo da grande ho capito la bellezza del paese, di quando tornavo da scuola e stavo nell’osteria di papà, mangiavo con chi c’era, assistevo ai parlamenti che lui apparecchiava ogni giorno».

È pensando a lui che ha scritto «Osteria del malumore»?
«Mio padre era di malumore se c’erano pochi clienti e di malumore se ce n’erano troppi. Ed era intrattenitore coi clienti, scorbutico con noi».

Come entra la poesia nella sua vita?
«In casa, non c’erano libri, ma a volte, in osteria, arrivava il Corriere della Sera e sul Corriere mi colpì la lettura del mondo di Pier Paolo Pasolini. Ho cominciato a scrivere a 15 anni per compensare la mia inadeguatezza: ero timido, ipocondriaco già allora, mettevo sempre le maniche lunghe per nascondere le braccia sottili».

A Pasolini ha dedicato una poesia: «…Forse anche per me la radice del male era nell’amore impossibile per mia madre…».
«Pasolini non riusciva a entrare nella donna, io sono sposato, ho due figli, una moglie che amo, ma fatico ad abbandonarmi, a provare gioia. È come se mia madre mi avesse detto: siamo la stessa cosa, soffro io e soffri tu, se non soffri, mi tradisci. Sto con mia moglie dal 1980, non ci siamo mai lasciati, però lei sa che fra noi c’è questo terzo incomodo».

A Sanremo, Marco Mengoni e Filippo Scotti hanno letto una sua poesia che dice: «A un certo punto devi capire che il dolore che hai subito non lo devi subire all’infinito. Mettiti in vacanza, la povera vita adulta non può pagare a oltranza i debiti dell’infanzia». Quel «certo punto», deduco, lei non l’ha vissuto?
«Era un invito a me stesso, ma vale per gli altri. Per me, la vacanza non è iniziata. Io sono un paralitico iscritto alla gara di salto in alto».

Quando e come decide che sarà un poeta?
«Intorno ai vent’anni, col terremoto, inizio ad avere la sensazione che, prima o poi, qualcuno mi avrebbe letto».

Roberto Saviano ha detto che nessuno è bravo come lei a raccontare terremoti.
«Dopo quello dell’Irpinia nell’80, appunto, sono andato a vedere che succedeva nei paesi terremotati e ho intensificato la scrittura e le battaglie civili. Dopo, non ho mai vissuto un periodo al riparo. Mi battevo per un certo tipo di ricostruzione che non ha vinto. A Bisaccia, come altrove, la ricostruzione ha fatto più danni del terremoto, o hanno dato la casa e tolto il paese. E poi raccontare luoghi terremotati è come raccontare il mio corpo terremotato. Io capisco i paesi terremotati perché capisco la morte».

Lei è famoso anche come paesologo, cos’è un paesologo?
«Uno che guarda i paesi e li racconta. Che si interessa della geografia, dello spazio, che osserva panchine e farfalle».

Quanti paesi ha visitato?
«Credo 4 mila. All’inizio, senza che mi avesse incaricato nessuno, in totale perdita, non è che andassi per scriverne su un giornale. Adesso i paesi mi invitano, magari mi pagano, riempio i teatri, vivo del mio mestiere. E pensi che, anni fa, per l’ansia, non riuscivo a parlare in pubblico, ora vado e mi guardano come un santone».

Che cosa ha capito dei nostri paesi?
«Che c’è un patrimonio architettonico e di sapere che stiamo sprecando e che i pochi giovani che restano vivono un clima depressivo di calo della fiducia. Nei paesi il sentimento di morte si avverte di più: vedi i manifesti a lutto, le abitazioni chiuse… La città, invece, rimuove la morte, ti stordisce coi centri commerciali, ha più successo. Oggi che c’è la pandemia da solitudine, l’antidoto potrebbero essere i paesi, che andrebbero rivitalizzati immettendo giovani, innovazione, lavoro».

È stato scritto: «Per Arminio la poesia è anzitutto questo: pregare». Pregare perché? Pregare per cosa?
«Non sono religioso, ma il gesto della preghiera lo faccio ogni volta che sto male. Chiedo alla Madonna: non farmi morire. E scrivere, sì, è un po’ pregare, un po’ mettermi in ginocchio davanti al mistero della fragilità, un riavermi dallo spavento».

Cos’è il «Sacro minore» del titolo del suo ultimo libro?
«Sentire la vicinanza a tutto, il senso di gratitudine per tutto, dirsi: ah… c’è la panchina. Per me, è una letizia provvisoria nell’inquietudine quotidiana. Mi viene il sentimento oceanico, sento l’albero, la formica, ma sono momenti brevi, mediamente vivo nell’ansia. Però guardo l’albero come guardo le persone, non ne faccio una mistica, non sono come Chandra Candiani che è andata a vivere nel bosco».

Ha scritto: «Prendi un angolo del tuo paese e fallo sacro. Vai a fargli visita prima di partire e quando torni». Lei lo fa?
«Io ho un tiglio sacro, davanti alla casa di mio fratello. Quando torno al paese, vado a trovare mio fratello e il tiglio».

Nel suo paese è una star?
«Ho sempre vissuto la mancanza di ammirazione, prima dei miei genitori, poi del paese. A Bisaccia, la prima volta che qualcuno mi ha detto che avevo begli occhi avevo 37 anni. Anche ora, sono stato dal Papa e nessuno mi ha detto bravo. Però non è che mi hanno picchiato o bruciato la macchina, bisogna riconoscere che mi è andata bene».

La amano di più ad Aliano in Basilicata?
«Il mio festival “La luna e i calanchi” fa 15mila persone in tre giorni, è l’unico che dura 24 ore su 24, ne esco morto. Ma funziona anche la Casa della Paesologia a Bisaccia: a novembre abbiamo fatto 26 incontri di musica e poesia, apriamo luoghi chiusi da anni, portiamo la parola dove la parola si è spenta».

Il poeta ha un consiglio per alleviare l’inquietudine umana?
«Essere gentili fa bene a cervello e corpo. Coltivare rancori è un modo poco economico di vivere: anche l’altro deve morire, sii gentile, perdonalo».

La fitta al petto le è passata?
«Non è che mi è passata. Penso che sto parlando tanto, mi sto stancando e che peggiorerà».