Umberto Eco … ad usum Delphini

Quando ho appreso della morte di Umberto Eco, evento ancora troppo recente e comunque cronaca annunciata quella della sua malattia, ho sentito una sorta di fitta profonda, allo stomaco, che mi ha fatto esclamare semplicemente: «Nooooooooooo … E no!». Non pensavo, non credevo che anche a lui sarebbe toccato in sorte di dover morire, un giorno. Eppure, in qualche modo ci aveva abituato, un po’, a questa eventualità (per me che sono cresciuto con i suoi romanzi – Il nome della rosa è del 1980 – remotissima). Ricordo una sua Bustina di Minerva, pubblicata sull’Espresso il 12 giugno 1997, nella quale dialogando platonicamente con un discepolo, platonico anche nel nome (Critone), tentava di spiegargli in qual modo ci si può appressare alla morte, e notava:

«Come puoi appressarti alla morte, anche se sei credente, se pensi che mentre tu muori giovani desiderabilissimi di ambo i sessi danzano in discoteca divertendosi oltre misura, illuminati scienziati violano gli ultimi misteri del cosmo, politici incorruttibili stanno creando una società migliore, giornali e televisioni sono intesi solo a dare notizie rilevanti, imprenditori responsabili si preoccupano che i loro prodotti non degradino l’ambiente e si ingegnano a restaurare una natura fatta di ruscelli potabili, declivi boscosi, cieli tersi e sereni protetti da un provvido ozono, nuvole soffici che stillano di nuovo piogge dolcissime? Il pensiero che, mentre tutte queste cose meravigliose accadono, tu te ne vai, sarebbe insopportabile.»

Ecco subito apparire la straordinaria e trascinante ironia di Eco. Un’ironia incalzante e coinvolgente, che il maestro di tante esperienze culturali sublimi lasciava espandere da sé con una naturalezza singolare in un cattedratico. Proseguiva al suo Critone:

«Ma cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni? »

Con l’ironia e la sagacia, attraverso una cultura sconfinata, si può cogliere, tanto nei suoi scritti, quanto negli interventi orali, una sapiente abilità nel dosare allo “stile sublime” uno stile basso e a volte praticamente studiato per un vulgus vasto e indeterminato. Nello sdoppiamento fra il discipulus interrogans e il magister docens, Eco gioca. Quando si deve cominciare a pensare in questo modo?

«Convincersi che tutti gli altri che ci stanno attorno (sei miliardi) siano coglioni, è effetto di un’arte sottile e accorta, non è disposizione del primo Cebete con l’anellino all’orecchio (o al naso). Richiede studio e fatica. Non bisogna accelerare i tempi. Bisogna arrivarci dolcemente, giusto in tempo per morire serenamente. Ma il giorno prima occorre ancora pensare che qualcuno, che amiamo e ammiriamo, proprio coglione non sia. La saggezza consiste nel riconoscere proprio al momento giusto (non prima) che era coglione anche lui. Solo allora si può morire. »

E:

«Quindi la grande arte consiste nello studiare poco per volta il pensiero universale, scrutare le vicende del costume, monitorare giorno per giorno i mass-media, le affermazioni degli artisti sicuri di sé, gli apoftegmi dei politici a ruota libera, i filosofemi dei critici apocalittici, gli aforismi degli eroi carismatici, studiando le teorie, le proposte, gli appelli, le immagini, le apparizioni. Solo allora, alla fine, avrai la travolgente rivelazione che tutti sono coglioni. A quel punto sarai pronto all’incontro con la morte. »

In conclusione:

«Sino alla fine dovrai resistere a questa insostenibile rivelazione, ti ostinerai a pensare che qualcuno dica cose sensate, che quel libro sia migliore di altri, che quel capopopolo voglia davvero il bene comune.
Ė naturale, è umano, è proprio della nostra specie rifiutare la persuasione che gli altri siano tutti indistintamente coglioni, altrimenti perché varrebbe la pena di vivere? Ma quando, alla fine, saprai, avrai compreso perché vale la pena (anzi, è splendido) morire. Critone mi ha allora detto: “Maestro, non vorrei prendere decisioni precipitose, ma nutro il sospetto che Lei sia un coglione”. “Vedi”, gli ho detto, “sei già sulla buona strada. »

Da quando Eco è morto, non passa giorno nel quale non mi trovo a pensare a lui, per molte ragioni, ma soprattutto perché mi sento orfano della sua intelligenza: era l’aspetto più seducente, per me, nella lettura dei suoi testi, che fossero semplicemente articoli d’opinione (è appena uscito Pape Satàn Aleppe, per le edizioni de La Nave di Tèseo – non mi interessa se gli altri dicono Tesèo -, preceduto dal primo Diario Minimo del 1963 e dal secondo Diario Minimo del 1992, e poi da A passo di gambero del 2006 e da Costruire il nemico e altri scritti occasionali del 2011), o saggi scientifici, come i saggi di Opera aperta (1962), La struttura assente (1968), Il trattato di semiotica generale (1975), Lector in fabula (1979), Semiotica e filosofia del linguaggio (1984), I limiti dell’interpretazione (1990), La ricerca della lingua perfetta (1993), Sei passeggiate nei boschi narrativi (1994), Kant e l’ornitorinco (1997), Cinque scritti morali (1997), Tra menzogna e ironia (1998), Sulla letteratura (2002), Dire quasi la stessa cosa (2003), Dall’albero al labirinto (2007), Non sperate di liberarvi dei libri (2009), Scritti sul pensiero medievale (2012). Intelligenza che esuberava nelle osservazioni contenute nei suoi volumi illustrati: Storia della bellezza (2004) e Storia della bruttezza (2007), o ancora Vertigine della lista (2009) – quanto amo questo volume, sempre accanto a me -, Storia delle terre e dei luoghi leggendari (2013). L’intelligenza (la capacità di intelligere) agiva in Eco in un modo molto speciale e peculiare: il suo sistema di gestire il pensiero si fondava su un anticonformismo intellettuale congenito. Sostenuto da un’erudizione incomparabile, tuttavia non si lasciava irretire dalla grazia della citazione o dal desiderio della dimostrazione onnisciente, al contrario era il modus demistificante e demitizzante, lo smascheramento del meccanismo celato, la destrutturazione del falso perfetto, la spiritosaggine del complotto su cui lavorava pensando e ripensando, giocando! Fino alla rivelazione di quel che è sotterraneo, di quel che non si dovrebbe vedere-conoscere, di tutto ciò che partigianamente serve a mantenere nell’ignoranza e nella menzogna i più. La sua intelligenza era simile a quella pura e perfetta di un Adamo che conosce l’universo e si diverte a dare il nome alle cose; era quella del bambino capace di urlare «Le roi est nu!»; quella di chi ha imparato a smontare gli “oggetti” per vedere come sono fatti dentro, e magari nel ricomporli, sa trovare anche qualche pezzo inutile. Un intellettuale anche pratico che afferma: «L’uomo colto è quello che sa dove andare a cercare un’informazione nell’unico momento della vita in cui gli serve». E insieme al piacere per la rivelazione e la scoperta, in lui non si può non notare il gusto per la facezia, per la barzelletta, per la storiella arguta. In 47 lingue del mondo tradotti i suoi romanzi: Il nome della rosa (1980), Il pendolo di Foucault (1988); L’isola del giorno prima (1994) – è il mio preferito; Baudolino (2000); La misteriosa fiamma della regina Loana (2004), Numero zero (2015) – quello più deludente, io non lo avrei pubblicato, qualcuno deve averlo convinto in extremis. Ho voluto citare solo quelli che ho veramente letto, e confesso di non aver voluto né acquistare né leggere Il cimitero di Praga (2010), ops lo ho citato per dire che non avrei voluto citarlo. Cosa rende i romanzi di Eco un’avventura dello spirito nella civiltà e nella storia, un’avventura nel pensiero e nell’imprevedibile e inafferrabile ragione dei comportamenti umani? Semplicemente la sua capacità di costruire realisticamente e in modo del tutto credibile e sostenibile le storie che tesse all’interno di precisi momenti storici, documentati in ogni aspetto. Adso o Guglielmo da Barskerville, Casaubon, Roberto de la Grive, Baudolino, Giambattista Bodoni, il dottor Colonna sono personaggi così poco personaggi e così terribilmente umani, con lo stimma dell’essere quasi uomini presi dalla realtà che rimangono con noi, a lungo, come amici o anche solo da conoscenti e vicini di casa, anche dopo la lettura dei romanzi.

Non riesco ad instaurare un buon rapporto con la morte, soprattutto con la morte delle persone che amo o che stimo molto. E, strano a dirsi, mi genera una sconfortante sensazione anche la morte di chi è ormai sepolto da molti secoli: Socrate, Aristotele, Cicerone, Ovidio – Dante un po’ meno –  Petrarca, Ariosto, Tasso, Vittoria Colonna, Emanuele Tesauro … e non voglio farmi prendere dalla vertigine della lista; comunque, sì!, devo manifestare un certo disappunto per il fatto assolutamente fatale che conosco numerosi “coglioni” e non ho potuto conoscere invece … o forse conoscendoli mi sarebbero apparsi “coglioni” anche loro? Non mi preoccupa molto tutto ciò, perché sono pronto alla mia morte in qualsiasi momento, dunque l’indicazione di Eco la pratico ormai da tempo.

Roberto de la Grive, il protagonista de L’isola del giorno primapensa, lui naufrago che non sa nuotare: «Ma certo, padre Caspar glielo aveva ben detto, l’Isola che egli vedeva davanti a sé non era l’Isola di oggi, bensì quella di ieri. Al di là del meridiano c’era ancora il giorno prima! Poteva ora attendersi di vedere ora su quella spiaggia, che era ancora ieri, una persona che era scesa in acqua oggi? Certamente no. Il vecchio si era immerso nel primo mattino di quel lunedì, ma se sulla nave era lunedì su quell’Isola era ancora domenica, e quindi egli avrebbe potuto vedere il vecchio che vi approdava solo verso il mattino del suo domani, quando sull’Isola fosse, appena allora, lunedì…». Il pensiero paradossale, che si esprime per paradossi, è quello che costringe la nostra intelligenza a cercare una via di soluzione al paradosso, ma al contempo è quello che ci affascina e ci lascia interdetti, perché contro la logica comune. Ci insegna a pensare secondo il possibile o anche l’impossibile. Ci libera. Così Roberto arriva a immaginare che: «l’unico modo di uscire dalla sua reclusione deve cercarlo non nello Spazio invalicabile, ma nel Tempo». Deve raggiungere l’Isola anche se non sa nuotare.

Ad usum Delphini queste mie brevi considerazioni su Eco, come per Luigi Gran Delfino di Francia, figlio di Luigi XIV, Charles de La Rue, così ho voluto offrire un breve excursus, anche soltanto citando i titoli dei testi che ho letto-studiato, nell’Opera varia e complessa di Umberto Eco mettendola a disposizione di un Delfino – qualsiasi giovane o giovanissimo curioso e desideroso di cominciare a conoscere questo autore e i suoi scritti –, nella convinzione che giovino alla sua formazione e alla sua vita, come hanno giovato alla mia.

Addio a Umberto Eco - la fotostoria
di Angelo Favaro