Villa Meridiana

Villa Meridiana a Sanremo: qui nasce l’impegno ambientalista di Italo Calvino, il paesaggio fa da scenario al Barone rampante.

A Villa Meridiana si arriva salendo per una stradina laterale che costeggia via Alessandro Volta, appena fuori dal centro.  La vista spazia sulla Sanremo dell’Hôtel des Anglais, dell’Ariston e del casinò. Alle spalle vi è un altro mondo, quello della campagna dei contadini liguri e del gerbido, un ibrido selvatico tra bosco e borgo agricolo. Gli animali che popolano questo paesaggio sono volpi, rane e tante varietà di uccelli. Non è raro che spiri un vento forte.

A Villa Meridiana prosperano le piante e ciascuna di esse è catalogata, studiata e coltivata, visto che Villa Meridiana è anche una Stazione di Floricultura Sperimentale.

Il passato della villa ha un nome, anzi due: Mario Calvino ed Eva Mameli, due scienziati.

Il barone rampante (a questo link la nostra recensione) ha qui le proprie radici. La storia è quella di un ragazzo, Cosimo Piovasco di Rondò, che abbandona la terra come atto di protesta verso una cena a base di lumache. Trascorrerà tutta la vita sugli alberi, facendo esperienze di tutti i tipi: amori, avventure, battute di caccia insieme al suo cane bassotto, libri e studi, una vita che si conclude nella follia senile e nella scomparsa nei cieli di Ombrosa a bordo di una mongolfiera.

Questa fiaba viene spesso interpretata come la reazione di Calvino-Cosimo al Pci, colpevole di connivenza con l’Urss della repressione degli studenti ungheresi, o come l’utopia di un ragazzo che rifiuta di mettere i piedi per terra e intanto coltiva un progetto che includa alberi, animali domestici e selvatici, e tutti gli umani.

Calvino scrive quest’opera a 34 anni in due mesi e mezzo, tra il 1956 e il 1957, in un periodo in cui sta scrivendo La speculazione edilizia, un’opera ambientalista e autobiografica in cui parla della devastazione del paesaggio di una cittadina ligure (Sanremo?) da parte di speculatori che sono anche intellettuali ed ex-partigiani.

Il barone rampante è ambientato in una foresta, quella della tenuta immaginaria di Ombrosa. Quando comincia la storia, nel 1767, il territorio era ancora ricco di vegetazione, ma già in declino. In passato «una scimmia che fosse partita da Roma saltando da un albero all’altro poteva arrivare in Spagna senza mai toccare terra». Ora però «S’è cominciato quando vennero i francesi a tagliar boschi come fossero prati che si falciano tutti gli anni e poi ricrescono. Non sono ricresciuti». Quest’“universo di linfa” scompare sotto “la furia della scure” alla fine del libro, quando in Europa c’è la Restaurazione e Cosimo, vecchio e malandato, scompare con la mongolfiera.

Il mutamento del paesaggio non è solo letterario. In tutta Italia dalla seconda metà del ’700 il ritmo dei disboscamenti accelera. I boschi sono preda per navi, costruzioni, riscaldamento e vari usi pre-industriali. Anche in Liguria, i cui boschi erano da secoli riserva di legname per le flotte genovesi, la necessità di nuove strade e colture, l’abbandono di aree già sfruttate o anche il semplice taglio per benefici immediati portano a cambiamenti profondi. Il rischio idrogeologico di oggi nasce qui.

In questa Liguria Cosimo diviene un paladino dell’ecologia: pota, fonda e mantiene società di mutuo soccorso per la prevenzione e lo spegnimento degli incendi, e quando va a caccia insieme al suo cane bassotto sta attento a non provocare danni. La cura e il sapere degli alberi sono per lui un progetto politico. La natura di Cosimo parla il linguaggio del bosco.

Il barone rampante è un libro – oltre che di avventure – d’amore: per una donna che ha il nome di un fiore (Viola), per le idee e per il progetto di una Repubblica che sia di tutti, senza distinzioni. Cosimo sogna un’evoluzione alternativa, ove gli esseri umani non sono mai scesi dagli alberi e hanno sviluppato la loro cultura e il loro pensiero insieme agli alberi. E ciò è possibile perché la fantasia di Calvino si nutre di un paesaggio vero… quello di Villa Meridiana.