Virus, di Alessandro Canassa Vigliani

Virus di Alessandro Canassa Vigliani, autore all’esordio nella narrativa, è un libro che deve leggersi dalla copertina. Non è possibile difatti poter cominciare la lettura del romanzo senza aver dato uno sguardo al lavoro grafico pregevole del libro edito da Pulp Edizioni, casa editrice frusinate che dopo il “Testamento di Don Rodrigo” di Stefano Testa e “Un uomo marro’” di Massimo Savona sembra aver colpito ancora con un altro romanzo, come tra l’altro ci suggerisce Luigi Milani nella prefazione, dipinto a tinte noir ma intriso di denuncia sociale.

Lo stile di Canassa Vigliani è scorrevole e sembra rifarsi a tutta quella lunga produzione di autori post-modernisti che insieme a una narrativa scarna sanno associare anche i caratteri critici di una società da cui i i protagonisti delle storie cercano di sfuggire, oppure da cui ne sono completamente sommersi, quasi perduti.

Nella narrativa del Canassa Vigliani non mancano i riferimenti tra le righe: interessante il dialogo che si trova nel testo e che fuoriesce da un televisore: dalle battute, nemmeno troppo velatamente, si lascia trasparire l’ammirazione per il cinema d’epoca e, nella fattispecie, “La cena delle beffe” con un magistrale Osvaldo Valenti; in più, volendo cercare anche un paragone nel classicismo, la stanza entro cui Ribaldi, il protagonista del romanzo, viene rinchiuso è tanto simile alla caverna che Platone aveva già ipotizzato per gli uomini del futuro.

Di seguito riportiamo anche parte della prefazione del libro:

 […]E il romanzo consegnato alle stampe da Alessandro emana un odore inequivocabile: quello del sangue, elemento immancabile nel Noir, screziato però anch’esso da altri ingredienti. In primis, un senso di disfatta e tragedia immanenti, la disperazione senza limiti di esistenze allo sbando, la terribile hubrys che troppo spesso ghermisce chi si trova in ruoli di grande prestigio e potere.

Il protagonista della vicenda, noto conduttore televisivo, manager e produttore, è una sorta di prototipo in negativo: un uomo privato della sua umanità, che sembra vivere in funzione del potere e dell’autocelebrazione. Un personaggio tratteggiato con spietatezza dall’autore, nel quale il lettore non faticherà a riconoscere persone e volti di questa Italia del nuovo millennio.

Una società ossessionata dall’immagine, dalla vacua illusorietà della dimensione televisiva, dove niente è davvero reale e l’unico obiettivo sembra essere la ricerca incessante e spasmodica del successo transitorio offerto da un passaggio televisivo in prime time. Qui, a ben vedere, siamo già oltre l’abusato paradigma del quarto d’ora di celebrità teorizzato da Andy Wharol nei lontani anni Sessanta. L’esistenza di Ribaldi è una non-esistenza, sembra voler suggerire – in maniera neanche troppo velata – l’autore. E infatti Max Ribaldi è un uomo privo di affetti reali; eppure tale condizione pare non pesargli affatto, perso com’è nel suo pericoloso sogno estetizzante. […]

(Dalla prefazione di Luigi Milani)